Giallo di Ostia, il fidanzato moldavo Dorin condannato a 24 anni per l’omicidio di Angelina

Condanna a 24 anni per Dorin, accusato di aver causato la morte della sua fidanzata Cristiane Angelina, precipitata dal quarto piano dell’appartamento in cui vivevano a Ostia

Immagine di repertorio

Si è concluso con una condanna a 24 anni di carcere il processo per l’omicidio di Cristiane Angelina, la donna 46enne di nazionalità brasiliana che ha perso la vita dopo essere stata gettata giù da una palazzina a Ostia dal fidanzato moldavo Dorin Nemtelea.

Condanna a 24 anni per Dorin, accusato di aver causato la morte della sua fidanzata Cristiane Angelina, precipitata dal quarto piano dell’appartamento in cui vivevano a Ostia

La sentenza di primo grado è arrivata nella tarda serata di mercoledì 29 aprile 2026, al termine di un procedimento giudiziario complesso, seguito con grande attenzione mediatica e caratterizzato da una lunga fase di dibattimento in aula e arrivato ora alla sua prima sentenza, dopo circa 2 anni.

Secondo quanto ricostruito dagli inquirenti, il 4 aprile 2024 in una palazzina di Ostia Ponente, in via Marino Fasan 28, tra i due fidanzati sarebbe scoppiata una lite all’interno dell’edificio in cui la coppia abitava.

In qualità di avvocato dei parenti della vittima, Cristiane Angelina, l’avvocato Guido Pascucci racconta a Canaledieci.it tantissimi particolare sulla vicenda: “In pochi istanti la discussione sarebbe degenerata fino al tragico episodio che ha portato alla caduta fatale della ragazza. Gli investigatori hanno lavorato a lungo per ricostruire con precisione la sequenza degli eventi, incrociando testimonianze, rilievi tecnici e analisi degli ambienti”.

Una vicenda complessa, arrivata ora alla sentenza di primo grado, tra indagini, udienze e ricostruzioni processuali, che ha visto al centro un presunto omicidio maturato in un contesto domestico e fortemente criminale.

Secondo quanto emerso dalle indagini, la vittima conviveva con il compagno, il cittadino moldavo Dorin Nemtelea, in un appartamento situato in via Marino Fasan, nel quartiere di Ostia Ponente. Proprio all’interno di quell’abitazione si sarebbe consumato l’episodio centrale del caso, qualificato dagli inquirenti come omicidio.

La sentenza di primo grado è stata emessa la sera del 29 aprile 2026, dopo circa sei ore di camera di consiglio da parte della Corte d’Assise di Roma, composta da giudici togati e da una giuria popolare.

Il giorno del fatto, il 4 aprile 2024, la donna viene trovata senza vita ai piedi dello stabile. Inizialmente viene valutata anche l’ipotesi del suicidio, ma tale ricostruzione viene rapidamente esclusa dagli elementi raccolti durante le indagini. L’omicidio diventa quindi la principale ipotesi accusatoria sin dalle prime fasi del procedimento.

Nel corso degli accertamenti emergono dettagli legati alla vita della coppia e al contesto abitativo. L’omicidio viene analizzato attraverso testimonianze, rilievi tecnici e la ricostruzione delle ultime ore della vittima, Angelina.

Il processo e la decisione dei giudici

Il procedimento per l’omicidio si sviluppa in un lungo iter giudiziario, caratterizzato da numerose udienze e da una complessa attività istruttoria. In primo grado, la Corte d’Assise ha riconosciuto la responsabilità dell’imputato e lo ha condannato a 24 anni di reclusione, una pena addirittura superiore rispetto ai 21 anni richiesti dal Pubblico Ministero, ossia dalla pubblica accusa.

Il caso del “Giallo di Ostia” é stato successivamente esaminato dalla Corte d’Assise d’Appello di Roma. Anche in questa fase, l’omicidio è stato confermato nella sua struttura accusatoria principale, con la tenuta dell’impianto ricostruttivo già emerso nel primo giudizio.

Il sistema di spostamento della droga e il “tubo”: la struttura del palazzo di Via Marino Fasan

Parallelamente alla vicenda principale, nel corso delle indagini sarebbero emersi elementi legati a un presunto sistema organizzato di spaccio all’interno dello stesso stabile di via Marino Fasan.

Secondo alcune ricostruzioni investigative, come raccontatoci dall’avvocato Guido Pascucci “Uno degli appartamenti sarebbe stato utilizzato come base per il confezionamento delle dosi, in un contesto definito da alcuni come altamente strutturato per delinquere. Un dettaglio particolarmente significativo riguarda la presenza di un tubo cavo interno, collocato negli angoli dell’edificio, che avrebbe consentito il passaggio della sostanza stupefacente tra diversi piani, portandola al secondo piano e rendendo, di fatto, gli appartamenti comunicanti”.

In particolare, il collegamento avrebbe permesso in varie occasioni di trasferire rapidamente le dosi dal quarto piano fino ad appartamenti situati due livelli più in basso, riducendo il rischio in caso di controlli antidroga.

Questo sistema, sempre secondo le ricostruzioni, si inseriva in una rete più ampia di gestione della droga all’interno del palazzo, con più abitazioni coinvolte nel deposito temporaneo e nello spostamento della droga.

In gergo criminale – evidenzia l’avvocato Pascucci – l’intera palazzina di via Marino Fasan, ad Ostia, sarebbe stata soprannominata ‘il forno’, proprio per la continuità delle attività di preparazione, per ingannare i controlli delle forze dell’ordine in pochi secondi e spostare la droga da un appartamento all’altro”.

Va precisato che questi elementi fanno parte del quadro investigativo e descrivono un contesto ambientale complesso, distinto ma parallelo rispetto al procedimento principale per omicidio.

Ricordiamo sempre ai nostri lettori che, fino all’emissione di una sentenza definitiva e irrevocabile e fino al termine di tutti i gradi di giudizio, ogni persona sottoposta a procedimento penale deve essere considerata presunta innocente.

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