Uno studio italiano guidato da Università Link, CNR-IFT, IRCCS LIFE Santa Lucia, Sapienza e Policlinico Umberto I ha scoperto come il tumore della prostata frena le difese immunitarie. Due molecole disattivano le cellule difensive rendendole innocue, ma bloccando questi segnali in laboratorio le difese tornano ad attaccare la malattia.
Tumore della prostata: i ricercatori di due università e tre istituti di ricerca romani, bloccano in laboratorio l’effetto dei segnali tumorali che disattivano le cure
L’immunoterapia rappresenta una delle frontiere più avanzate della medicina oncologica, basandosi sulla riattivazione del sistema immunitario affinché riconosca e distrugga autonomamente le cellule neoplastiche.
Tuttavia, nel caso del carcinoma della prostata, questa strategia terapeutica incontra ostacoli significativi. L’ambiente all’interno del quale si sviluppa la neoplasia viene spesso definito dai ricercatori come un microambiente “freddo”, caratterizzato da una scarsa attitudine a favorire una risposta difensiva efficace.
Tra le componenti immunitarie fondamentali coinvolte in questo processo, figurano i macrofagi, cellule dotate di una marcata plasticità funzionale che consente loro di mutare comportamento in base ai segnali biologici recepiti.
In ambito scientifico si distinguono tradizionalmente due orientamenti principali: le caratteristiche di tipo M1, collegate a un’attività infiammatoria e antitumorale diretta, e le caratteristiche di tipo M2, associate invece alla riparazione dei tessuti danneggiati e all’attenuazione delle difese immunitarie. Tra questi due estremi esistono numerose condizioni intermedie, e la massa tumorale sfrutta a proprio vantaggio tale flessibilità, inviando messaggi biochimici in grado di spingere le cellule verso lo stato M2, più tollerante nei confronti della neoplasia.
Così le cellule tumorali viaggiano nel flusso sanguigno per disattivare i nostri difensori
Per comprendere la modalità con cui il tumore prostatico riesca a condizionare le difese dell’organismo a distanza, lo studio pubblicato il 20 ottobre 2026 sul Journal of Experimental & Clinical Cancer Research ha concentrato l’attenzione sulle vescicole extracellulari. Si tratta di minuscole strutture delimitate da una membrana, che funzionano come veri e propri vettori di trasporto di materiale biologico tra cellula e cellula, viaggiando anche attraverso il flusso sanguigno.
Negli esperimenti condotti dal gruppo di ricerca, le cellule di carcinoma prostatico hanno rilasciato vescicole fortemente arricchite di due specifiche e brevi molecole di RNA regolatorio: miR-302a-5p e miR-367-3p. Una volta veicolati ed entrati in contatto con i macrofagi, questi due microRNA sono risultati capaci di alterare il programma genico cellulare, stimolando l’assunzione di caratteristiche immunoregolatorie M2.
L’effetto è stato confermato anche impiegando le vescicole isolate direttamente dal plasma dei pazienti: riducendo artificialmente la presenza dei due microRNA nelle strutture prodotte dalle cellule tumorali, i ricercatori hanno registrato un’inversione di tendenza, riportando i macrofagi verso un profilo M1 tipicamente antitumorale.
La sperimentazione clinica su 79 persone al Policlinico Umberto I
La validazione sperimentale ha richiesto l’analisi di campioni biologici umani provenienti da un gruppo di pazienti reclutati presso un unico centro d’eccellenza.
La ricerca ha infatti coinvolto 79 persone sottoposte ad accertamenti clinici per sospetto tumore della prostata presso il Policlinico Umberto I di Roma. All’esito delle verifiche diagnostiche, 59 individui hanno ricevuto la conferma di diagnosi di carcinoma prostatico, mentre 20 persone hanno presentato una biopsia con esito negativo, fungendo da gruppo di controllo.
Dal prelievo ematico di tutti i partecipanti sono stati isolati i monociti, ovvero i precursori circolanti dei macrofagi, che sono stati successivamente fatti maturare in ambiente controllato di laboratorio. I macrofagi derivati dai campioni dei pazienti affetti da neoplasia mostravano una spiccata tendenza ad assumere il comportamento tollerante di tipo M2, con un’intensità correlata direttamente al grado istologico del tumore.
Questo dato evidenzia come i segnali molecolari circolanti possano condizionare precocemente i precursori immunitari, sebbene gli autori dello studio specifichino con precisione che i dati attuali non dimostrano che la completa riprogrammazione funzionale sia già operata sui monociti mentre questi ancora circolano nel sangue.
Il test con lo “scudo molecolare” e il futuro degli esami del sangue
Per dimostrare che questo “blocco” alle difese si può annullare, i ricercatori hanno usato una sorta di “scudo molecolare” creato in laboratorio: la tecnologia LNA (Locked Nucleic Acid). Si tratta di molecole progettate come pezzi di un puzzle, capaci di agganciarsi in modo preciso ai due segnali inviati dal tumore e disattivarli.
Bloccando contemporaneamente questi due messaggi, le cellule immunitarie dei pazienti – anche quelle prelevate nei casi di tumore più aggressivo – hanno ricominciato a funzionare correttamente, riacquistando la capacità di combattere la malattia.
Per dimostrare la reversibilità del fenomeno immunosoppressivo, il team di studiosi ha impiegato inibitori sintetici basati sulla tecnologia LNA , ossia sequenze modificate di acidi nucleici ingegnerizzate per legarsi in modo selettivo ed esclusivo ai microRNA bersaglio ostacolandone la funzione biologica. Utilizzando il blocco combinato contro miR-302a-5p e miR-367-3p, i macrofagi derivati dai pazienti con tumore – compresi quelli affetti da forme ad alto grado istologico – hanno riacquisito marcatori e proprietà cellulari antitumorali M1.
Questa evidenza apre scenari promettenti nell’ambito della biopsia liquida, la tecnica diagnostica che analizza materiale biologico presente nei fluidi corporei per ricavare dettagli sulla malattia.
Come evidenziato dalla professoressa associata Giuseppina Catanzaro dell’Università Link, l’individuazione di questo specifico codice molecolare, in futuro potrebbe aiutare a selezionare i pazienti idonei a ricevere terapie di riprogrammazione cellulare da affiancare ai trattamenti convenzionali. È tuttavia indispensabile precisare che la scoperta non costituisce un test ematico già pronto all’uso clinico per diagnosticare il tumore, o per stimare la risposta ai farmaci immunoterapici.
Dalla dimostrazione in laboratorio alle sfide per la futura terapia
Il lavoro scientifico – frutto della collaborazione tra Università degli Studi Link, Istituto di Farmacologia Traslazionale del CNR, IRCCS LIFE Santa Lucia, Sapienza Università di Roma e Policlinico Umberto I, con la firma dei responsabili scientifici Giuseppina Catanzaro, Valerio Chiurchiù e Valeria Panebianco – definisce chiaramente il meccanismo molecolare, ma la traslabilità clinica richiederà ulteriori fasi di studio.
Per convertire la scoperta in una cura reale, sarà necessario sviluppare tecnologie di veicolazione capaci di raggiungere in modo mirato le sole cellule bersaglio, avviando sperimentazioni in vivo e completando rigorose verifiche di tollerabilità e sicurezza.
Come ha evidenziato Valerio Chiurchiù, primo ricercatore del CNR-IFT e responsabile di laboratorio all’IRCCS LIFE Santa Lucia, il risultato ottenuto rappresenta l’inizio di un percorso conoscitivo fondamentale e non la sua conclusione, offrendo un bersaglio definito per affrontare il nodo dell’immunosoppressione prostatica.
Riferimento scientifico: Studio intitolato “Liquid biopsy identifies tumor-derived mir-302/367 cluster as a macrophage-reprogramming axis sustaining immune cold prostate cancer”, pubblicato il 20 ottobre 2026 sul Journal of Experimental & Clinical Cancer Research (DOI: 10.1186/s13046-026-03856-7).


















