Ci fu premeditazione, non lo scatto di un raptus. La sentenza di secondo grado che ha ridotto la pena dall’ergastolo a 24 anni e 8 mesi per Costantino Bonaiuti presenta vistose lacune. È questa la conclusione dei giudici della I Sezione Penale della Cassazione che, dopo aver disposto un processo d’Appello bis, hanno depositato le 25 pagine di motivazioni relative al femminicidio di Martina Scialdone, l’avvocata di 34 anni uccisa a colpi di pistola il 13 gennaio 2023 all’esterno di un ristorante in zona San Giovanni, a Roma.
La Cassazione dispone l’Appello bis per l’ingegnere assassino: «Ignorati indizi chiave sulla premeditazione. Uscì da casa armato e senza alcun motivo plausibile»
Secondo la Suprema Corte, nel processo di secondo grado – dove l’aggravante della premeditazione era caduta favorendo la concessione delle attenuanti generiche – «sono stati trascurati plurimi e sintomatici elementi». I giudici hanno così accolto pienamente il ricorso presentato dalla Procura Generale della Corte d’Appello di Roma.
Le tappe dell’agguato: dall’arma in tasca all’incontro anticipato
Tra i punti chiave ignorati dai giudici d’Appello e riorganizzati dalla Cassazione emergono le condotte analiticamente pianificate dall’ingegnere 63enne nel pomeriggio del delitto.
L’incontro forzato. Dopo aver scoperto che la vittima stava frequentando un’altra persona, Bonaiuti ha effettuato insistenti telefonate per anticipare a venerdì 13 gennaio un chiarimento fissato in origine per domenica 15. Un atteggiamento che aveva spinto la giovane avvocata ad inviare la propria posizione GPS in tempo reale a un’amica.
L’arma già in tasca. L’imputato ha riposto la pistola Glock (detenuta per uso sportivo) nel giubbotto fin dalle 19:27, prima ancora di uscire.
Assenza di giustificazioni. L’uscita di casa armato alle 21:43 è avvenuta «in assenza di qualsiasi plausibile motivo».
La Cassazione ha definito «manifestamente illogica» l’interpretazione dei giudici di secondo grado, i quali avevano ipotizzato che l’assenza di precauzioni da parte di Bonaiuti (come lo spegnimento delle telecamere di casa) escludesse la premeditazione. Per la Suprema Corte, invece, l’uomo si è armato sapendo che la fine della relazione era ormai irreversibile.
La lite, il «ghigno» e la tesi del colpo accidentale che crolla

A ricostruire gli ultimi istanti di vita della vittima ci sono le testimonianze del fratello di Martina – giunto sul posto preoccupato per la sorella – e dei passanti. Le carte della Cassazione sottolineano l’atteggiamento «verbalmente e fisicamente aggressivo» dell’imputato e l’esplicito intento omicida udito dai presenti.
«Plurimi elementi portano a escludere il colpo partito accidentalmente, una tesi smentita dai testimoni oculari», ha evidenziato il sostituto procuratore generale Lidia Giorgio durante la requisitoria, ricordando che perfino l’espressione facciale dell’imputato subito dopo lo sparo non tradiva dolore, ma «compiacimento».
I giudici d’Appello, secondo il Palazzaccio, avrebbero erroneamente confuso la premeditazione con la volontà di precostituirsi un alibi o eludere le indagini, svalutando inoltre il movente della gelosia, che ben può rappresentare un forte elemento indiziario a supporto del piano criminoso.
La soddisfazione della famiglia: «Un precedente importante»
Alla luce della decisione dei supremi giudici, il processo tornerà ora davanti a una diversa sezione della Corte d’Assise d’Appello di Roma per un nuovo giudizio che ripartirà dalle contestazioni originarie: omicidio volontario aggravato da premeditazione, motivi futili e abbietti, e porto illegale di arma da fuoco.
I legali della famiglia della vittima hanno accolto con favore la decisione: «Credo sia una sentenza davvero importante per il caso specifico, ma anche a livello giurisprudenziale, perché chiarisce ancora una volta i principi guida della premeditazione», ha commentato l’avvocato Mario Scialla, legale di parte civile della madre e del fratello di Martina Scialdone. «La famiglia è soddisfatta perché sono stati finalmente riconosciuti quegli elementi su cui abbiamo sempre insistito».




















