La parola “fine” sul tragico omicidio di Martina Scialdone non è ancora stata scritta. La prima sezione penale della Cassazione ha rimescolato le carte di una vicenda giudiziaria che ha scosso la Capitale, disponendo un nuovo processo d’Appello per Costantino Bonaiuti. Al centro del rinvio c’è un punto cruciale, quasi etico oltre che giuridico: la premeditazione.
Annullata la riduzione di pena per Costantino Bonaiuti. I giudici supremi accolgono il ricorso della Procura: l’ingegnere che uccise Martina Scialdone rischia di nuovo l’ergastolo
I giudici di Piazza Cavour hanno accolto il ricorso presentato dalla Procura generale di Roma, contestando la sentenza di secondo grado che, lo scorso luglio, aveva fatto cadere l’aggravante della pianificazione del delitto.
Quella decisione aveva trasformato l’ergastolo del primo grado in una condanna a 24 anni e otto mesi, concedendo all’imputato anche le attenuanti generiche. Ora, quel verdetto viene messo in discussione: Bonaiuti torna alla sbarra e il fantasma del carcere a vita torna a farsi concreto.
La trappola e il “dispositivo GPS”
Martina Scialdone, avvocata di 34 anni, fu uccisa la sera del 13 gennaio 2023. Era uscita a cena con Bonaiuti, ingegnere di 63 anni, in un ristorante di via Amelia, nel quartiere Tuscolano, per quello che doveva essere un incontro chiarificatore dopo la fine della loro relazione. Invece, fuori dal locale, Martina trovò la morte sotto i colpi di una pistola Glock.
L’accusa ha sempre sostenuto che Bonaiuti non fosse lì per parlare. Secondo la ricostruzione, l’uomo aveva installato clandestinamente un dispositivo GPS sull’auto della donna per controllarne ogni spostamento. Quella sera si era presentato armato, consapevole che Martina avrebbe ribadito la volontà di lasciarlo. Un quadro che, per la Procura, disegna una premeditazione lucida e spietata.
Il “ghigno di compiacimento”

Durante la requisitoria in Cassazione, la sostituta procuratrice generale Lidia Giorgio è stata categorica, smontando la tesi della difesa che parlava di un “colpo partito accidentalmente” durante una lite.
“Plurimi elementi escludono l’accidentalità, una tesi smentita dai testimoni oculari“, ha ribadito la Procura.
Particolarmente agghiacciante è il dettaglio riemerso nelle aule di giustizia: quel “ghigno” notato dai testimoni subito dopo lo sparo. Per l’accusa non fu un’espressione di dolore o di shock, ma di puro compiacimento.
Verso l’Appello bis
Con la decisione di questa sera, la Cassazione ha accolto non solo le istanze della Procura, ma anche quelle delle parti civili, che si erano opposte con forza allo sconto di pena concesso in secondo grado.
Il caso Martina Scialdone torna ora a piazzale Clodio, davanti a una diversa sezione della Corte d’Assise d’Appello. Sarà questo nuovo collegio a dover stabilire se quello di via Amelia fu un raptus improvviso o l’ultimo atto di un piano orchestrato da chi non accettava la libertà di una donna.

















