L’inchiesta sulla folle fuga dei cavalli da Caracalla che ha preceduto la parata del 2 giugno a Roma, ha registrato una svolta decisiva. Il vigile urbano che ha materialmente acceso i fuochi d’artificio, facendo imbizzarrire 35 cavalli alle Terme di Caracalla, è stato ufficialmente iscritto nel registro degli indagati.
Svolta della Procura di Roma dopo il dramma dei cavalli in fuga spaventati dai fuochi: sotto la lente dei magistrati anche tre colleghi per concorso
Il fascicolo giudiziario è stato aperto a Piazzale Clodio a seguito di una dettagliata informativa redatta dai Carabinieri della Compagnia Roma Centro. L’indagine, coordinata in prima persona dal procuratore aggiunto Giuseppe De Falco, contesta all’agente del Gpit (Gruppo Pronto Intervento Traffico) una serie di reati pesantissimi. Nel documento si ipotizzano le fattispecie di lesioni colpose e accensioni ed esplosioni pericolose.
A rendere la posizione del vigile urbano ancora più critica, è la contestazione dell’aggravante specifica della violazione dei doveri inerenti a una pubblica funzione o a un pubblico servizio. L’agente, di fronte all’evidenza dei fatti, ha confessato l’azione davanti agli inquirenti pronunciando le parole “non volevo”, e adesso si trova a forte rischio di licenziamento definitivo dall’organo municipale.
La ricostruzione dettagliata del disastro
La ricostruzione del drammatico incidente, avvenuto durante la serata di venerdì nell’area sensibile delle Terme di Caracalla, delinea una dinamica sconcertante. Un gruppo di agenti si trovava nel sito archeologico per assistere alle prove congiunte in vista della parata ufficiale della Festa della Repubblica. Al termine delle manovre, l’indagato ha acceso una batteria di fuochi d’artificio privo della necessaria licenza dell’autorità, facendoli esplodere proprio a ridosso degli animali.
La forte detonazione ha terrorizzato una trentina di cavalli del Reggimento a Cavallo dell’Esercito, che si sono immediatamente imbizzarriti fuggendo in massa verso la via Cristoforo Colombo.
Nella folle corsa tra le automobili, una poliziotta e tre militari dell’esercito sono rimasti feriti, investiti dalla calca dei destrieri contusi. Due dei feriti si trovano ancora oggi ricoverati in ospedale con traumi importanti. Un cavallo, rimasto ferito in modo gravissimo nell’impatto sull’asfalto della Colombo, è stato purtroppo abbattuto.
Le indagini e i complici nel mirino
L’indagine dei Carabinieri si è basata su riscontri oggettivi, testimonianze dirette di militari e agenti presenti e sull’analisi approfondita dei social network. Gli inquirenti hanno infatti acquisito e blindato l’impianto accusatorio esaminando i numerosi video pubblicati su TikTok, che inquadrano con precisione i secondi esatti della detonazione alle spalle dei cavalli.
Il lavoro della Procura, tuttavia, non si ferma al singolo autore del gesto. I magistrati stanno stringendo il cerchio attorno ad altri tre agenti della Polizia Locale del Gpit presenti sul posto. Per loro si profila l’ipotesi di concorso nel reato: l’accusa è quella di non aver fermato il collega e non aver impedito l’azione pericolosa pur essendo pubblici ufficiali in servizio.
Il nodo della tradizione e il vademecum violato
I quattro indagati avrebbero provato a difendersi parlando di un momento di goliardia e di una presunta consuetudine non ufficiale che si ripeteva da anni alla fine delle prove. Questa tesi difensiva è stata però totalmente smontata da un documento formale firmato dallo Stato Maggiore della Difesa.
Quest’ultimo aveva infatti consegnato a tutti i partecipanti un vademecum scritto che imponeva il divieto tassativo di far esplodere botti. Anche il comandante generale della Polizia Locale, Mario De Sclavis, ha condannato duramente l’episodio definendolo “un gesto sciocco e imperdonabile” e disponendo l’immediata esclusione dei responsabili dai servizi operativi della Capitale.


















