Omicidio di Fregene, le dichiarazioni di Giada Crescenzi in Tribunale. Per la difesa è un nuovo caso Franzoni

Omicidio di Fregene: Giada Crescenzi non ricorda nulla di quella tragica notte nella quale morì Stefania Camboni

Giada Crescenzi, per ora unica indagata dell'omicidio di Fregene

Omicidio di Fregene, Giada Crescenzi ha un blocco emotivo rispetto all’omicidio di Stefania Camboni nel villino di via Santa Teresa di Gallura la notte del 15 maggio dello scorso anno.

Omicidio di Fregene: Giada Crescenzi non ricorda nulla di quella tragica notte nella quale morì Stefania Camboni

Il collegio difensivo, formato dalle avvocatesse Anna Maria Anselmi e Maria Grazia Cappelli, ha depositato una perizia dello psichiatra di parte, Alberto D’Argenio, da cui risulta che la 33enne, unica imputata nel processo che si è aperto oggi in Corte d’Assise con rito immediato, non fosse capace di intendere e di volere al momento del delitto.

Giada, secondo questa perizia, sarebbe affetta da “un forte stato dissociativo” della personalità e non ricorderebbe nulla di quanto accaduto quella notte. “Ci troviamo di fronte a un nuovo caso Franzoni”, sintetizza Anna Maria Anselmi che ha formalizzato con la collega la richiesta di ulteriori approfondimenti sulle condizioni mentali della propria assistita da parte del Tribunale di Roma.

I giudici si sono riservati di decidere sul merito della questione ma è scontato che il passaggio successivo sarà la nomina di un consulente tecnico d’ufficio (Ctu) di fiducia del collegio giudicante, per sottoporre a ulteriori verifiche psichiatriche la 33enne, detenuta dal giorno dell’omicidio nel carcere di Civitavecchia, e già sottoposta a cure farmacologiche e psicologiche adeguate a un quadro sostanzialmente patologico.

La documentazione presentata dalle due legali, sebbene sia di parte, è molto approfondita ed è stata effettuata anche con la collaborazione di una psicologa forense che ha somministrato all’imputata una serie di test specifici.

Giada non ricorda nulla di quanto è accaduto quella notte – prosegue Anna Maria Anselmi – esattamente come accaduto nel delitto di Cogne con la morte del piccolo Samuele per mano della madre nel gennaio del 2002 e anche lei vittima di uno stato di totale negazione della realtà”. “La ragazza non ha mentito all’autorità giudiziaria, è orientata ad ammettere le sue responsabilità durante un percorso difficile che ha spaziato su versioni rivelatesi contraddittorie con le risultanze delle indagini, altrimenti avremmo impostato sin dall’inizio una strategia processuale diversa“.

Dettagli del delitto

La giovane ha cancellato in toto dalla mente dettagli che sono stati cristallizzati in modo incontestabile dalle indagini effettuate dai carabinieri del Reparto Investigazioni Scientifiche (Ris) di Roma. Dopo aver inferto decine di coltellate a Stefania Camboni l’imputata ne ha addirittura indossato le scarpe ed è uscita dal villino per spostare la macchina della vittima, facendosi un giro nelle vicinanze come si stesse spostando per fare la spesa, e poi abbandonandola sul ciglio della strada per inscenare una rapina finita male.

Comportamenti incomprensibili

Una condotta inspiegabile, ripresa dalle videocamere di sorveglianza presenti nella zona, così come incomprensibile è stata la decisione della ragazza di infilare in un sacco, abbandonato in un campo non lontano dal villino della morte, l’arma del delitto (il coltello del set masterchef regalato all’ex fidanzato Francesco Violoni), la felpa e i guanti di lattice insanguinati utilizzati durante l’azione omicidiaria.

Nel pieno della sua confusione mentale Giada dopo l’arresto, avvenuto il giorno stesso del delitto, ha ribaltato tutte le responsabilità sull’ex fidanzato, Francesco Violoni insieme al quale era andata ad abitare a Fregene, ospite nella casa a due piani di Stefania Camboni.

La 33enne, sarebbe in sostanza vittima di un transfert che le avrebbe fatto vivere quei momenti fatali attraverso gli occhi del compagno, per esempio quando ha sostenuto di aver tentato di aiutare Stefania riversa a terra e ormai priva di sensi in un lago di sangue.

La labilità del movente

Un delitto, tra l’altro, privo di un movente degno di questo nome. Giada ha ammesso che tra lei e la vittima non ci sono stati screzi di rilievo né precedenti sfociati nella feroce aggressione.

Tutt’al più una discussione per un pezzo di pizza dei due fidanzati mangiato per errore dalla donna che, tra l’altro, aveva pessimi rapporti con entrambi i figli e con la sorella.

Quello che è certo -rimarcano Anselmi e Cappelli- è che Giada ha alle sue spalle un passato di estrema sofferenza. E’ la vittima inconsapevole di un’infanzia segnata da gravi episodi di bullismo e dalla traumatica separazione dei genitori”.

Si tratta di una ragazza che ha pagato questi traumi diventando obesa e che si è poi dovuta sottoporre a un intervento per riuscire a dimagrire. La conclusione del professor D’Argenio, che è uno stimato professionista, è che Giada doveva essere aiutata e curata prima di imboccare una deriva inarrestabile. Chi la conosce ha testimoniato della sua estrema bontà, ma rimane una ragazza molto chiusa e con pochissimi amici e contatti nella rubrica del suo cellulare“.

Confessioni e ritrattazioni

L’atteggiamento della 33enne chiarisce in modo definitivo, se ve ne fosse bisogno, la posizione giudiziaria dell’ex fidanzato difeso dal collegio che fa capo all’avvocato Massimiliano Gabrielli. La Procura di Civitavecchia che lo aveva indagato proprio sulla scorta delle false dichiarazioni di colpevolezza rilasciate dalla Crescenzi ha disposto l’archiviazione di qualsiasi iniziativa a carico di Francesco Violoni.

Per questo motivo il legale ha presentato una querela per calunnia aggravata a carico dell’imputata ribadendo che, alla fine del procedimento, in sede di arringa, richiederà il massimo della pena, vale a dire l’ergastolo, anche in virtù delle circostanze dell’omicidio perché ulteriormente aggravato da futili motivi ed eseguito con estrema crudeltà. Circostanze che, a giudizio di Gabrielli, appesantiscono la situazione della giovane.

La tesi della parte civile

Lo stesso Gabrielli oggi, al termine della prima udienza ha avanzato perplessità sulla perizia psichiatrica chiesta dalla controparte. “Non si è capito bene se questo tentativo della difesa punti a incidere sull’imputabilità e cioè sulla capacità della loro assistita di partecipare al processo o a dimostrarne l’incapacità parziale al momento del delitto per ottenere una riduzione della pena”.

Di certo il presunto stato dissociativo di cui soffrirebbe Giada contrasta in modo evidente con tutte le dichiarazioni che ha reso al Pm nella notte successiva a quella del delitto, quando ha sostenuto di non aver sentito nulla e di aver scoperto il cadavere della signora Stefania solo la mattina del 15 maggio al rientro di Violoni dal lavoro”.

Secondo le tesi difensiva Giada avrebbe improvvisamente perduto la memoria dicendo di non rendersi neppure conto di dove si trovasse e per questo di volersi avvalere della facoltà di non rispondere davanti al Gip, salvo poi recuperarla per accusare esplicitamente del delitto l’ex fidanzato, fornendo particolari che la inchiodano alle sue responsabilità perché contrastano, cronologicamente, con degli elementi oggettivi”.

Crolla il castello delle accuse

Giada aveva, infatti, cambiato versione affermando, in sede di interrogatorio, che l’ex avesse ucciso la madre prima di andare al lavoro e cioè alle ore 22.00, mentre gli inquirenti hanno accertato che Stefania Camboni era ancora viva alle 23.30 quando aveva inviato un messaggio vocale chattando con un’amica.

La morte, secondo il referto autoptico, sarebbe poi avvenuta tra le 2.00 e le 5.00 del mattino quando è certo che nella casa, oltre alla vittima, ci fosse soltanto l’imputata perché Violoni era ancora in aeroporto a lavorare.

Per tutti questi motivi -conclude l’avvocato- riteniamo che ci siano spazi molto ristretti per esplorare le condizioni mentali dell’imputata quando si sono verificati i fatti, anche se si tratta di una carta che viene ovviamente giocata in processi per omicidio volontario come questo, quando si fronteggia la pena dell’ergastolo”.

Le ulteriori fasi del processo

Il tribunale ha, intanto, fissato al 14 aprile la prossima udienza. Dopo aver acquisito, in quella odierna, le prove testimoniali e documentali sollecitate dal pubblico ministero e dalla parte civile inizierà l’escussione dei primi testi, dai militari del Ris alle altre persone che hanno reso informazioni durante la fase delle indagini preliminari.

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