Omicidio di Fregene, Giada accusa l’ex fidanzato: “Si accaniva sulla madre agonizzante”. Domani il processo

Omicidio di Fregene, la sconcertante scoperta di Francesco Violoni

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Stefania Camboni

L’omicidio di Fregene approda nell’aula bunker del carcere di Rebibbia. Sul banco degli imputati una sola persona: la 33enne Giada Crescenzirinviata a giudizio immediato dal Gip di Civitavecchia che ritiene gli indizi raccolti a suo carico schiaccianti e l’accusa di aver assassinato, con decine di coltellate nella notte del 15 maggio dello scorso anno, Stefania Camboni nel villino di via Santa Teresa di Gallura.

Omicidio di Fregene, la sconcertante scoperta di Francesco Violoni

Il processo dinanzi alla corte d’Assise del tribunale di Roma è stato anticipato dal 25 febbraio a domani, lunedì 23.

Il collegio dovrà decidere del destino di questa ragazza ma dagli atti del difensore di parte civile, Massimiliano Gabrielli, emerge un dettaglio inquietante. La giovane ha tentato ripetutamente di scaricare sull’ex fidanzato, nonché figlio della vittima, Francesco Violoni, la responsabilità di un reato punito con l’ergastolo: l’omicidio volontario aggravato dal matricidio.

La posizione di Francesco Violoni

La novità più clamorosa -rimarca Gabrielli- è che la Procura di Civitavecchia, dopo averne deciso lo stralcio ha definitivamente archiviato, anche in esito alle nostre numerose sollecitazioni, la posizione di Francesco. Una volta per tutte, e in modo tombale, è stato acclarato che il figlio di Stefania non solo è completamente innocente, ma che è persona offesa in quanto doppia vittima di questa tragedia. Sia per aver perso la madre per mano della persona che amava, sia perché ha scoperto che Giada ha tentato di scaricare su di lui la responsabilità di un gesto efferato”.

La lunga serie di tentativi di depistaggio da parte della 33enne romana emerge dal decreto di archiviazione disposto a favore di Violoni. Mettendo in fila le varie tessere dell’iter antecedente al processo si tratta di un vero e proprio filo conduttore progettato sin dal primo interrogatorio cui l’imputata fu sottoposta la mattina in cui fu scoperto il delitto.

Il 15 maggio Giada aveva, infatti, raccontato agli inquirenti di aver dormito profondamente e di non aver sentito alcun rumore al piano superiore della villetta dove, insieme al compagno, rientrato alle sette dall’aeroporto di Fiumicino dove lavorava come guardia giurata notturna, avevano trovato, avvolto in un lenzuolo ai piedi di un materasso intriso di sangue, il corpo inerme della donna. Di qui la decisione di rivolgersi alla locale caserma dei carabinieri.

Tentativi di depistaggio

In quella circostanza -sottolinea l’avvocato di parte civile- per allontanare qualsiasi sospetto da sé Giada aveva affermato di non aver mai avuto dissidi con la vittima, ipotizzando piste alternative come quella del furto o della rapina finita male”.

Uno scenario suffragato, tra l’altro, dal fatto che l’auto della signora Camboni era stata ritrovata con la portiera aperta come abbandonata a ridosso di un fossato non lontano dalla casa del delitto.

Si tratta di una deliberata volontà di ingannare l’autorità giudiziaria”, incalza Gabrielli, confermata in un secondo momento quando, il 12 giugno successivo, di fronte al procuratore della Repubblica, Alberto Liguori per l’interrogatorio di garanzia in sede di convalida dell’arresto, Giada cambiava versione e accusava Francesco di aver ammazzato la madre prima di andare al lavoro.

Ho sentito delle urla atroci cessate di colpo al piano di sopra dove sono salita e ho visto quel macello. Sono andata in black out. Lui ha minacciato di uccidermi e mi ha ordinato di tornare a letto e di inscenare un’aggressione da parte di sconosciuti”.

Dichiarazioni che hanno comportato l’immediata iscrizione di Francesco Violoni nel registro degli indagati e che venivano immediatamente messe a confronto con alcune circostanze sorrette da prove granitiche e incontestabili.

L’orario della morte

Le videocamere dell’aeroporto di Fiumicino hanno, infatti, documentato la permanenza di Violoni sul luogo di lavoro dalle ore 22.00 del 14 maggio alle ore 6.00 del mattino successivo ma, elemento ancor più dirimente, che la povera signora Stefania era sicuramente viva alle ore 23.30 della sera precedente alla sua morte perché stava chattando con alcune amiche cui aveva inviato un messaggio vocale.

Evidenze suffragate anche dalle risultanze dell’esame autoptico da parte del medico legale che ha fissato l’ora della morte della donna tra le ore 2.00 e le ore 5.00 del mattino.

Si tratta di contraddizioni incompatibili con la cronologia degli eventi -prosegue Gabrielli- e che hanno procurato a Francesco Violoni un duplice shock per la perdita della mamma e per aver anche dovuto metabolizzare le gravissime accuse dell’ex fidanzata. Menzogne che lo hanno anche esposto al potenziale rischio di un errore giudiziario per un reato che prevede il fine pena mai”.

Prove scientifiche incontestabili

Prima della chiusura delle indagini preliminari l’imputata rendeva spontanee dichiarazioni in cui ribadiva la sua versione dei fatti fornendo altre indicazioni incompatibili con le evidenze scientifiche e indiziarie che la inchioderebbero alle sue responsabilità.

Evidenze raccolte dai Reparto Investigazioni scientifiche dei carabinieri di Roma e dai colleghi del Comando di Ostia e della stazione di Fregene su una scena del delitto, fortunatamente integra, perché congelata non appena Francesco e Giada si recarono in caserma per denunciare il ritrovamento del cadavere di Stefania.

Tra queste evidenze c’è la presenza di sangue di Giada misto al Dna della vittima su un interruttore della luce al pianterreno dove i due ragazzi dormivano, e del Dna dell’imputata all’interno dei guanti ritrovati in un campo, insieme a una felpa e all’arma del delitto proveniente da un set di coltelli Masterchef che la giovane aveva regalato al fidanzato e che si trovava all’interno di uno scatolone utilizzato per il trasloco a casa della donna quando aveva accettato di ospitare la coppia, un mese prima della sua scomparsa.

Strategie processuali

L’indignazione e il dispiacere provato da Francesco Violoni si è tradotto in una denuncia per calunnia aggravata presentata nei confronti della ragazza e nella ferma decisione del collegio difensivo guidato dall’avvocato Gabrielli di chiedere per lei il massimo della pena.

Auspico che la Corte d’assise infligga a Giada Crescezi l’ergastolo, sia per le aggravanti già contestate della premeditazione, nonché della minorata difesa per aver ucciso la vittima nel sonno quando non era in grado di difendersi, oltreché dell’abuso delle relazioni domestiche in considerazione dell’ospitalità concessale, ma anche in virtù della crudeltà per il numero di colpi inferti e dei futili motivi”.

Futili motivi come qualche piccola discussione sulla preparazione dei pasti in casa e sulla divisione degli spazi nel frigorifero.

Banalità rispetto alle quali in ogni caso Giada avrebbe potuto far ritorno dai genitori o tante altre cose invece di uccidere in modo feroce una persona buona e inerme”.

Il rito immediato lascia pochi margini alla difesa perché viene disposto dal giudice per le indagini preliminari quando la prova della colpevolezza è evidente.

La strategia delle avvocatesse Anna Maria Ansemi e Maria Grazia Cappelli, che difendono sin dall’inizio la 33enne non è ancora nota.

Apparentemente si mantiene a cavallo tra due opposti indirizzi processuali: far valere la seminfermità o il vizio totale di mente della loro assistita o provare a smontare in dibattimento un castello solido di prove cercando di dimostrarne l’innocenza nel giudizio di primo grado in Corte d’Assise.

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