Nei taccuini della vittima un possibile movente dell’omicidio di Fregene. Ma è anche dalle telecamere comunali posizionate in diverse zone della località residenziale, pare non tutte riattivate, che gli inquirenti cercano ulteriori riscontri sull’omicidio di Stefania Camboni, la 58enne uccisa con 34 coltellate il 15 maggio scorso nel villino di via Santa Teresa di Gallura.
Nei taccuini della vittima un possibile movente all’omicidio di Fregene, pezzi di verità perduti nelle telecamere spente del comune di Fiumicino?
Unica indagata rimane Giada Crescenzi la 30enne che da poco più di un mese divideva, insieme al figlio della donna assassinata, Francesco Violoni, l’abitazione a due piani in cui è avvenuto il delitto e che è reclusa nella sezione femminile del carcere di Civitavecchia in una cella dove sono presenti altre detenute.
Due taccuini appartenuti a Stefania Camboni sono tra i materiali sequestrati nella casa del delitto che è stata oggetto di ulteriori accertamenti il 23 maggio scorso, anche da parte degli uomini del Reparto Investigazioni Scientifiche (Ris) dell’Arma.
Accertamenti coperti dal segreto istruttorio e a cui, per il momento, non hanno potuto prendere parte i consulenti Armando Palmegiani, nominato dalla difesa di Giada e Luciano Garofano, l’ex generale dei carabinieri che, invece, fa parte del collegio di esperti scelti dall’avvocato Massimiliano Gabrielli che rappresenta i familiari della vittima.
I taccuini con i debiti e il possibile movente economico
“Sappiamo che tra i vari oggetti repertati -dicono Anna Maria Anselmi e Maria Grazia Cappelli, le avvocatesse di Giada- ci sono questi due block notes su ci sarebbero annotati cifre e nomi delle persone cui la signora Stefania doveva o aveva già restituito dei soldi e che confermano ciò che sapevamo e cioè che la 58enne aveva una situazione debitoria particolare. Se così fosse, troverebbe riscontro un problema economico e un possibile movente verso cui indirizzare le indagini. Una pista che riteniamo debba essere vagliata”.
Agli inquirenti l’indagata aveva infatti riferito che la futura suocera “si era fatta nemica mezza Fregene andando in giro a chiedere soldi e minacciare la gente”.

Che si trattasse di minacce o meno saranno gli atti dell’inchiesta a chiarirlo ma, come anticipato da canaledieci.it, all’interno della famiglia Camboni non erano proprio tutte rose e fiori, anche in merito alla sentenza di una causa ereditaria che aveva dato ragione alla donna assassinata. Per questo la signora Stefania aveva maturato il diritto a un risarcimento di circa 100mila euro che i familiari le stavano restituendo a rate di circa 200 euro mensili.
Nuovo interrogatorio in carcere per Giada Crescenzi
Aspetti della vicenda che potrebbero essere oggetto di ulteriori approfondimenti nell’interrogatorio fissato per le ore 17.00 di giovedì prossimo, 29 maggio, quando il pubblico ministero sentirà nuovamente Giada su cui pende l’accusa di omicidio aggravato dalla minorata difesa e con abuso di relazioni domestiche e di ospitalità.
“Non possiamo sapere, ovviamente, quali saranno le domande che la Procura intende rivolgere a Giada a integrazione del primo interrogatorio, ma con ogni probabilità si tratterà di chiarimenti sugli oggetti sequestrati sulla scena del crimine, valuteremo al momento se la nostra assistita potrà rispondere ai quesiti del pm oppure deciderà di avvalersi nuovamente della facoltà di non rispondere”, ribadiscono Anselmi e Cappelli.
Le indagini presentano, infatti, ancora molti profili da chiarire, come sottolineato dal gip Viviana Petrocelli, nell’ordinanza di custodia cautelare in carcere spiccata per “esigenze probatorie” a carico di Crescenzi, ma senza autorizzare il fermo di polizia giudiziaria disposto nei suoi confronti dai carabinieri il giorno del delitto. E ciò ha precisato il giudice per la labilità degli indizi raccolti.
Non è ancora emerso, per esempio, alcun movente credibile dell’omicidio che qualcuno ha attribuito a presunti dissidi tra le due donne e non hanno sinora neppure dato esito le ricerche effettuate nei campi circostanti alla villetta del delitto per trovare l’arma del delitto: un coltello da cucina con una lama larga almeno quattro centimetri, oltre alle chiavi di casa e al cellulare di Stefania Camboni.
Il problema delle videocamere di sorveglianza
Ulteriori elementi potrebbero emergere dalle riprese delle videocamere di sorveglianza pubbliche installate in diversi punti di Fregene, ma che erano in stand-by da diverso tempo, a causa di guasti mai riparati su un impianto ritenuto peraltro obsoleto sino a quando, pochi giorni prima del delitto, erano state riattivate dal Comune di Fiumicino.
L’amministrazione locale aveva deciso di riaccenderle per le polemiche esplose dopo gli episodi di malamovida che avevano messo a soqquadro tutto il lungomare della cittadina tirrenica tra le festività del 25 aprile e del 1° maggio.
Secondo indiscrezioni solo alcune di queste videocamere sarebbero state funzionanti la notte del delitto e, proprio per fare chiarezza su quali fossero realmente attive, la difesa di Giada Crescenzi ha presentato apposita istanza nel tentativo di ricostruire tutti i movimenti di veicoli o persone, in entrata e in uscita dalla località turistica, nelle ore in cui è avvenuto l’omicidio.
La doppia disperazione dell’indagata
La porta di casa Camboni venne trovata aperta dal figlio Francesco al suo rientro in casa dall’aeroporto di Fiumicino dove presta servizio in qualità di guardia giurata.
L’aveva lasciata aperta Giada Crescenzi, dopo aver ucciso la futura suocera e inscenato un maldestro tentativo di rapina svuotando cassetti e ribaltando oggetti trovati alla rinfusa nel villino, oppure è stata la 58enne a far entrare nella villetta il suo assassino, mentre Giada dormiva profondamente al primo piano dell’abitazione?
Un assassino rimasto nell’ombra e trasformatosi in fantasma anche grazie alle telecamere di videosorveglianza comunali fatalmente non funzionanti?
Dal punto di vista delle responsabilità per quanto è accaduto l’indagata non ha sinora ceduto di un millimetro, anche durante l’incontro avuto oggi, martedì 27 maggio, con le sue avvocatesse ha ribadito di essere innocente e di soffrire moltissimo per una duplice ragione.
“Non riesce a capacitarsi di come Francesco, ormai il suo ex fidanzato, abbia potuto abbandonarla -puntualizza Anna Maria Anselmi- una prova durissima perché a non crederle, per il momento, non c’è solo lo Stato e le sue istituzioni ma la persona con cui aveva da due anni un solido rapporto sentimentale”.
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