«Sto facendo un po’ di pulizia». Con queste parole, pronunciate con freddezza al telefono, Claudio Carlomagno aveva liquidato un elettricista e amico di famiglia che lo aveva avvisato di aver visto una densa colonna di fumo nero provenire dalla sua ditta di movimentazione terra ad Anguillara.
Omicidio Federica Torzullo, gli atti al processo: «Sto facendo un po’ di pulizia». La confessione e i depistaggi di Claudio Carlomagno
In realtà, in quel momento, il 45enne stava bruciando il cellulare della moglie, Federica Torzullo, ingegnera gestionale di 49 anni da lui assassinata, e i teli usati per ripulire il sangue dal pavimento di casa.
È quanto emerge dalle 6.200 pagine del faldone del processo, appena iniziato, in cui Carlomagno è accusato di femminicidio premeditato, soppressione e vilipendio di cadavere. Secondo il capo d’imputazione, l’uomo avrebbe prima «deturpato» il corpo della moglie «sottoponendolo ad azione di fiamma con particolare coinvolgimento del volto»,per poi seppellirlo in una profonda buca scavata con l’escavatore.
L’orrore nel cassone e i tentativi di depistaggio
Stando alla ricostruzione investigativa e alle stesse dichiarazioni dell’imputato, dopo aver caricato il corpo di Federica sul cassone di uno dei mezzi aziendali, le fiamme appiccicate per distruggere le prove si erano estese alla salma. L’uomo avrebbe cercato di domarle cospargendola di sabbia e colpendola con una pala, peggiorando ulteriormente la situazione.Nel frattempo, incurante di tutto, trovava persino il tempo di rispondere ai messaggi della suocera che chiedeva la ricetta delle crepes per il figlio, prima di gettare definitivamente il telefono della vittima nel fuoco.
Il movente e la fine el matrinonio
Agli atti ci sono i messaggi che raccontano la frattura insanabile tra i due. Federica aveva chiarito che la loro storia era ormai al capolinea: «Sono come un fiore che è appassito perché hai dimenticato di darle dell’acqua… È morta». Una decisione che il marito non aveva accettato: «Tu pensi che da parte tua è finita? Da parte mia no!», le replicava. Fino all’epilogo tragico consumato — secondo la Procura — la sera dell’8 gennaio, quando la 49enne è stata colpita con 23 coltellate.
La confessione e le incongruenze

Negli interrogatori depositati, Carlomagno offre una versione dei fatti che fa acqua da tutte le parti. Sostiene che il delitto sia avvenuto la mattina del 9 gennaio in bagno, in modo fortuito dopo una lite improvvisa: «Volevo solo spaventarla ma lei è venuta verso di me e io l’ho colpita», ha raccontato agli inquirenti, aggiungendo di aver pensato a un gesto estremo anche per sé, senza però trovar il coraggio.
Un racconto smentito dai riscontri medico-legali: nello stomaco della vittima sono stati trovati residui vegetali e un tasso alcolemico compatibili con la cena della sera prima, confermando che l’omicidio era avvenuto ore prima rispetto a quanto dichiarato dall’imputato.
Tra pulizie disperate, giustificazioni surreali al padre («c’è stato un black out») e viaggi senza meta alla ricerca di una via d’uscita che non c’era, le carte del processo restituiscono ora tassello dopo tassello la cruda dinamica di un femminicidio efferato.


















