Pistole, bombe e piazze di spaccio: cosa c’è dietro la faida di Roma Est che spaventa la Capitale

Dopo le bombe, rissa con spari all’alba a Torpignattara e l’agguato a Ponte di Nona: cosa c'è dietro la faida esplosa a Roma est

La Polizia Scientifica

Prima le bombe carta, poi gli incendi dolosi e ora le pistole. A Roma Est la tensione è arrivata al punto di rottura: gli ultimi episodi di cronaca registrati tra Torpignattara e a Villaggio Falcone, vicino Ponte di Nona, confermano un salto di qualità nella catena di intimidazioni che sta scuotendo il quadrante orientale della Capitale.

Dopo le bombe, rissa con spari all’alba a Torpignattara e l’agguato a Villaggio Falcone: cosa c’è dietro la faida esplosa a Roma est

Dietro gli spari, i bossoli e il sangue sull’asfalto si intravede la regia di un riassetto criminale: una faida strisciante tra batterie locali pronte a tutto pur di ridisegnare i confini delle piazze di spaccio e colmare i vuoti di potere lasciati sul territorio.

Il risveglio con i colpi di pistola a Torpignattara

L’ultimo capitolo di questa striscia di tensione si è consumato alle prime luci dell’alba di oggi, sabato 17 ottobre, lungo via Casilina. Intorno alle sei del mattino, una raffica di colpi d’arma da fuoco ha svegliato di soprassalto i residenti all’altezza del civico 570, nel cuore di Torpignattara.

La chiamata d’urgenza al 112 ha fatto scattare l’intervento immediato delle pattuglie della Polizia di Stato. Secondo le prime ricostruzioni investigative, le detonazioni sarebbero state il culmine di una violentissima rissa esplosa in strada tra diversi individui, avvenuta a poca distanza da un locale già noto alle forze dell’ordine e più volte colpito da provvedimenti di chiusura per motivi di ordine pubblico.

Gli agenti arrivati sul posto hanno recuperato diversi bossoli a terra, mentre non sono state rinvenute tracce di sangue né risultano feriti negli ospedali della zona.

Un episodio che ha tutta l’aria di essere una prova di forza o un pesante avvertimento, su cui ora cercano di fare luce le immagini delle telecamere di videosorveglianza del quartiere.

L’agguato a Ponte di Nona e il muro d’omertà

A dimostrazione di quanto la situazione sia incandescente, soltanto trentasei ore prima della sparatoria di Torpignattara la violenza aveva già colpito poco distante.

Poco dopo le nove di sera di giovedì 15 ottobre, un agguato in piena regola si è consumato nel parcheggio situato all’angolo tra via Don Primo Mazzolari e via Caterina Usai, a Ponte di Nona, da sempre considerata uno dei market della droga più redditizi del quadrante.

A finire nel mirino è stato S.C., un trentunenne del posto con precedenti per stupefacenti.

L’uomo stava camminando a piedi quando è stato affiancato da un’autovettura con almeno due persone a bordo. Dal finestrino del passeggero sono partiti almeno cinque colpi di pistola, esplosi a distanza ravvicinata e mirati freddamente agli arti inferiori.

Una gambizzazione chirurgica, un classico messaggio in codice prima che gli assalitori si dileguassero a tutta velocità.

Soccorso e trasportato al Policlinico di Tor Vergata, il trentunenne non è in pericolo di vita, ma di fronte ai Carabinieri della Compagnia di Tivoli ha scelto la strada del silenzio, sostenuto dall’omertà di un quartiere dove nessuno dice di aver visto nulla.

Dalle bombe ai bossoli 

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Immagine di archivio

Per chi indaga sulla criminalità capitolina, la vittima dell’agguato di Ponte di Nona non rappresenta una figura di primo piano. Ed è proprio questo il dettaglio chiave su cui si concentrano le attenzioni degli investigatori: colpire un operatore di basso profilo all’interno della “sua” piazza di spaccio significa mandare un segnale trasversale ai reali reggenti del narcotraffico di quella zona.

Un ferimento che non è affatto un caso isolato, ma che si aggancia perfettamente a una catena di attentati inaugurata alla fine dell’estate.

Basti pensare alle due bombe esplose a distanza di ventiquattr’ore l’una dall’altra contro un autonoleggio della Casilina o all’ordigno del 3 ottobre contro un autosalone riconducibile a due fratelli già scampati a un agguato nel 2021.

Se a questo si aggiungono la bomba che ha devastato una vineria a Cinecittà e le esplosioni a San Basilio, il quadro diventa nitido.

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I danni della bomba in via Calpurnio Fiamma

Il declino del clan Senese e il vuoto di potere

Sullo sfondo di questo pulviscolo di attentati e spari si intravede la vera matrice della faida: il vuoto di potere lasciato dal progressivo declino del clan Senese.

Per decenni – secondo una ipotesi investigativa – l’organizzazione guidata da Michele Senese avrebbe garantito una solida pax mafiosa a Roma, forte di un’egemonia incontrastata capace di regolare i conflitti tra i vari gruppi locali e gestire la spartizione degli affari.

Oggi, sotto il colpo ripetuto di inchieste giudiziarie, maxi-operazioni e condanne definitive che hanno smantellato la cupola del clan, quella presa ferrea si è inevitabilmente allentata.

È in questo spazio libero che si stanno inserendo le nuove leve e i gruppi emergenti, decisi a ridisegnare la geografia criminale di Roma Est a colpi di bombe, roghi e, oggi più che mai, di pistole.