Gambizzato in pieno giorno mentre lavorava in una officina in via Pian Due Torri, a un passo dal mercato della Magliana. Due uomini che scendono, un terzo che rimane al volante di una Panda rubata, i colpi ripetuti alle gambe. Dopo gli schiaffi in faccia era stato servito così l’avvertimento della mala per Walter Garofolo. Era il 23 marzo del 2024. Ora si scopre che quel commando senza scrupoli era lo stesso che due mesi prima – il 15 febbraio del 2024 – aveva ucciso per strada a Corviale Cristiano Molè con 17 colpi esplosi e otto centrati in punti vitali.
Debiti di droga e pistole nel feudo della Banda: così il gruppo guidato da Pernasetti ha gambizzato il meccanico della Magliana per un debito non saldato
Al volante c’è sempre Fabio Postumi, a sparare sempre Marco Casamatta, detto Fiore (entrambi ora collaboratori di giustizia), e Simone di Matteo, nell’ambiente noto come Pio Pio. Cambiano i mandanti, però.
Se per l’omicidio di Molè l’ordine arriva dal temuto Manuel Severa, detto Il Pazzo, qui sono gli stessi esecutori ad offrirsi per fare un favore e mettersi in mostra con Raffaele Pernasetti, 76 anni, ex figura di calibro della banda della Magliana e ancora in pista per la Dda in traffici di droga.
L’inchiesta scoperchia così un sistema fatto di pistole puntate in bocca, riti di fedeltà per le nuove leve e inquietanti soffiate che filtrerebbero dai “servizi”, che tornando alla Maglia riportano il quartiere indietro negli anni più bui della sua storia criminale.
La “cambiale” della droga e lo schiaffo del boss
Ma torniamo al meccanico gambizzato. Il movente è vecchio come il crimine di strada: una partita di stupefacenti non pagata, un debito da 28 mila euro, poi sceso a 18mila che – a detta di Pernasetti – Garofalo non riusciva a colmare. Ma è nelle modalità della riscossione che emerge la ferocia del gruppo. Prima del piombo, c’erano stati i “solleciti”.
Secondo Marco Casamatta, l’escalation era iniziata in un bar sulla Portuense. Lì, Pernasetti avrebbe colpito Garofalo con uno schiaffo – un gesto di supremazia – mentre lo stesso Casamatta gli puntava una pistola alla testa. Un rituale di sottomissione per costringere il meccanico a una restituzione rateizzata, poi fallita, che ha portato alla decisione finale: la gambizzazione.
Il ruolo dei complici e la Fiat Panda

L’agguato di via Pian Due Torri è stato pianificato nei minimi dettagli. E all’alba di ieri ha portato a due arresti. A finire in carcere, su indagini dei carabinieri del Nucleo Investigativo, Raffaele Pernasetti e Simone Di Matteo. Manuel Severa, che aveva dato il via libera all’esecuzione di Molè, qui resta fuori: emerge solo di aver messo fornito una Fiat Panda nera rubata.
Scopo dell’avvertimento
Un’azione “pulita”, rapida, eseguita da chi cercava di accreditarsi presso Parnasetti, dimostrando di avere il “fegato” per colpire nel cuore del quartiere. “Fammegli sparare sulle gambe con questa 22”, chiedeva uno dei sodali.
Il giallo dei Servizi Segreti
Ma il fascicolo dei magistrati contiene un capitolo ancora più torbido. Un collaboratore ha riferito di presunte soffiate che Parnasetti avrebbe ricevuto da “agganci nei servizi segreti”. Informazioni riservate che avrebbero permesso al gruppo di sapere di essere sotto indagine non solo per il ferimento di Garofalo, ma anche per l’omicidio di Cristiano Molè.
“Il Pernasetti aveva avvisato il Casamatta perché “gli stavano sopra“”, si legge negli atti.
Millanteria per aumentare il proprio prestigio o una inquietante capacità di penetrazione nelle istituzioni? Gli inquirenti stanno cercando di decifrarelo.
Il terrore del “pallino rosso”
Mentre i clan si spartivano il territorio, Walter Garofalo viveva nel terrore. Le intercettazioni catturano il respiro affannato di un uomo che sapeva di essere nel mirino. “Io non dormo più, c’ho il terrore… non puoi stare a casa a fartelo col pallino rosso in faccia”, diceva a un amico, riferendosi al puntatore laser di un possibile sicario.
L’ultimo atto del dramma a maggio 2024, quando Parnasetti ha cambiato strategia: “Digli che non voglio più niente”. Una frase che nel codice non scritto della malavita non significa perdono, ma condanna. “Adesso mi devo nascondere”, aveva capito Garofalo.


















