L’omicidio di Cristiano Molè, il 33enne freddato il 15 gennaio 2024 a Corviale da 17 colpi di pistola esplosi in strada e di cui otto arrivati a bersaglio, non è stato un semplice agguato di periferia, ma una esecuzione organizzata nei minimi dettagli e, per gli inquirenti, eseguita col metodo mafioso.
La ricostruzione dell’agguato mortale di Cristiano Molè: le rivelazioni dei pentiti aiutano Dda e carabinieri a smantellare la rete di mandanti e killer
A raccontarlo, con una precisione che ha permesso alla Direzione distrettuale antimafia di Roma di chiudere il cerchio, sono cinque pentiti, tra cui due donne.
E’ grazie alle loro ammissioni e rivelazioni che, ieri, si è arrivati a nuovi arresti, altri tasselli del mosaico: i fratelli Marco ed Emanuele Mattiacci, Manolo Bardeglinu e Stefano Frignani.
In manette era finiti già il mandante principale, Manuel Severa e uno degli esecutori Marco Casamatta.
Il metodo mafioso: il controllo totale del territorio
L’ordinanza firmata dal gip Valeria Tomassini non lascia spazio a dubbi: a Corviale si è agito con metodo mafioso. Il gruppo guidato al Trullo da Manuel Severa non si limitava a spacciare: gestiva il racket delle occupazioni abusive e utilizzava i condomini come vere e proprie torrette di avvistamento.
Per uccidere Molè, il clan ha pagato una coppia di inquilini in via Donna Olimpia affinché “osservassero” gli spostamenti della vittima dal loro balcone. Una pressione costante, unita a sopralluoghi ripetuti, che dimostra la capacità del sodalizio di assoggettare il quartiere.
La verità dei pentiti: “Va fatto entro domani”
Il muro di omertà è crollato sotto i colpi dei verbali dei cinque collaboratori di giustizia, tra cui Marco Casamatta, uno dei sicari già in cella. È lui a descrivere l’ansia dei mandanti: “Severa pressava: “Va fatto entro domani, sennò non pago più nessuno””.
Uccidere a Roma ha un costo preciso. Dalle indagini emerge che uno degli esecutori avrebbe avuto 4.000 – 5.000 euro per l’agguato, mentre Casamatta che era interno al gruppo doveva eseguire e basta.
Una “banalità del male” che si scontrava con la realtà di una vittima, Molè, che sapeva di essere nel mirino: aveva notato gli “specchiettisti” (i pedinatori) e ne aveva parlato in giro, senza però riuscire a sfuggire ai 17 colpi di pistola che lo hanno travolto mentre era a bordo della sua Dacia Duster.
I ruoli: mandanti, armieri e “specchiettisti”
L’inchiesta ricostruisce minuziosamente la filiera del delitto, dove ognuno aveva un compito specifico. I fratelli Mattiacci, Marco ed Emanuele, sono i mandanti nell’ombra.
Volevano eliminare Molè perché il 33enne, loro vicino di casa, cercava di “scalare” la loro piazza di spaccio a Donna Olimpia.
A questo si aggiungevano sgarri personali imperdonabili:provocazioni ricevute in pubblico, aggressioni a una moglie, un’auto incendiata. Sono loro a supplicare Severa “di farlo fuori“.
Poi c’è Stefano Frignani detto il “Lupo”, un 59enne di Santa Marinella: nonostante fosse ai domiciliari per un altro omicidio (dell’esecuzione del buttafuori Massimo Pietroni, ucciso nel 2008 fuori da un locale del litorale), è accusato di aver fornito l’arma, una 9×21 poi smontata nel tentativo (fallito) di occultarne le tracce.
L’ultimo nella fila degli arrestati Manolo Bardeglinu, l’anello di congiunzione logistico, colui che ha consegnato materialmente la pistola al gruppo di fuoco.
Il movente: onore ferito e piazze di spaccio
Non è stato solo il controllo della droga a condannare Molè. In questi ambienti, il rispetto vale quanto il fatturato. La vittima, alzava la testa, e aveva “umiliato” i vertici del gruppo di Severa in carcere e per strada.
Così prima Severa e poi i Mattiacci covavano un rancore profondo, descritto dal gip come un sentimento che “chiedeva solo vendetta”.
Una raffica di colpi

Molè, già gambizzato nel 2014 a Bravetta, era un nome noto negli ambienti della mala romana. Il giorno dell’omicidio sono stati esplosi 17 colpi con due pistole, di cui otto arrivati a bersaglio. Salvo per miracolo l’amico in auto con Molè, fuggito via con una gamba ferita.
I colpi esplosi da una Panda: a bordo l’autista (ora pentito) e due esecutori, uno alle dirette dipendenze di Severa e un altro assoldato con quattro cinquemila euro.


















