Omicidio di Fregene, Gabrielli: “I debiti della signora Camboni non sono un movente, si tratta di piccole somme”.

Omicidio di Fregene l’avvocato della famiglia è convinto della colpevolezza di Giada Crescenzi, fantasiose  le tesi che puntano a un altro ipotetico killer

Omicidio Fregene, Gabrielli: “Per nuovi accertamenti arriva Luciano Garofano come consulente di parte”
Stefania Camboni

Nessuna pista economica nell’omicidio di Fregene. Nessun movente riconducibile ai debiti contratti dalla vittima e annotati sui due taccuini rinvenuti dagli investigatori nel villino di via Santa Teresa di Gallura, dove Stefania Camboni è stata assassinata con 34 coltellate la notte del 16 maggio scorso.

Omicidio di Fregene l’avvocato della famiglia è convinto della colpevolezza di Giada Crescenzi, fantasiose  le tesi che puntano a un altro ipotetico killer

L’avvocato della famiglia della vittima, Massimiliano Gabrielli, sgombra il campo da qualsiasiipotesi difensiva fantasiosa” e aggiunge: “personalmente ritengo che la questione dei block notes non abbia alcun rilievo e sia di spessore al pari del barattolo di Nutella indicato come potenziale causa di dissidio tra la signora Stefania e Giada Crescenzi, unica indagata per il delitto, teorie inconsistenti perché si tratta di piccole somme tra 500 e mille euro e in buona parte già depennate dalla lista”.

Né i taccuini, così come il portafoglio della 58enne ritrovato dai carabinieri non lontano dall’auto della donna abbandonata in via Agropoli a circa 150 metri dal villino con il finestrino del lato guida abbassato, possono dunque far pensare a un ipotetico killer spinto a uccidere la signora per questione di soldi.

Vecchi debiti ormai depennati dalla lista

“Si tratta di debiti irrisori e relativi a vecchie cose, come legale della famiglia credo che bisognerebbe cercare di essere seri nel sostenere ipotesi alternative e linee difensive che abbiano un minimo di riscontro oggettivo nei fatti ed indizi raccolti” prosegue Gabrielli che, per affrontare il caso, ha chiamato a far parte del pool l’avvocatessa Alessandra Guarini del foro di Biella e, in qualità di perito di parte, l’ex generale dei carabinieri nonché comandante del Ris di Parma, Luciano Garofano.

Totalmente destituita di fondamento, a suo giudizio, “anche la tesi fantasiosa di una mano maschile che abbia compiuto o aiutato l’indagata a uccidere, soprattutto per debiti di questo tenore”.

L’elevato numero di fendenti inferto alla donna potrebbe benissimo essere stato frutto di un’aggressione compiuta dall’indagata l’unica, del resto, a essere stata presente in casa la notte dell’omicidio.

L’uso di psicofarmaci per neutralizzare le reazioni della vittima

Nell’ordinanza di custodia cautelare in carcere il gip, Viviana Petrocelli scrive, infatti, che non si può escludere che Stefania Camboni sia stata narcotizzata per “neutralizzarne la reazione” a fronte delle ricerche effettuate da Giada Crescenzi tramite il suo cellulare sugli effetti di psicofarmaci che possono indurre sonno pesante, come il Sereupin e il Depakin, utilizzato per contrastare crisi epilettiche.

Intanto proseguono le ricerche del coltello usato per uccidere Stefania, massacrata con una lama di larghezza non inferiore a 4 centimetri, oltre che delle sue chiavi di casa e del suo cellulare.

Per Gabrielli non si può negare l’evidente “presenza di graffi sulle braccia dell’indagata che potrebbe ben essersi procurata andando a occultare i panni sporchi di sangue tra i rovi e i canali intorno a Fregene”.

Graffi sospetti sulle braccia dell’indagata

Graffi notati dai carabinieri intervenuti sul luogo la mattina dell’omicidio. In un altro passaggio dell’ordinanza il gip rileva che l’indagata “veniva isolata e posta sotto osservazione di un appuntato donna che notava lo stato di agitazione della ragazza la quale, tra le lacrime, riferiva dettagli sulla sua nottata e di essere ancora spaventata al pensiero di essere rimasta sola al momento del fatto, rischiando di venire uccisa a sua volta, a ‘coltellate’, salvo poi correggere questo termine con la frase ‘pistolate e pugnalate, quel che sia’”.

E’ in quel momento che il carabiniere di guardia nota Giada grattarsi con insistenza il braccio e “poi mostrare le braccia con evidenti graffi spiegando che era solita grattarsi per la tensione”.

Secondo l’avvocato della parte lesa gli indizi gravi, precisi e concordanti che tengono Giada Crescenzi in carcere con l’accusa di omicidio aggravato dalla minorata difesa e dal vincolo di domicilio con la signora Camboni restano granitici.

Non ha alcun senso ribattere sul tasto di un possibile movente con riferimento alle “fantomatiche cause ereditarie perse dalla sorella della vittima, poiché si tratta di elementi che vanno riportati con attenzione in quanto si tratta di notizie false e non corrispondenti alla realtà dei fatti”.

Mentre le indagini sono ancora coperte dal segreto istruttorio tutte le parti in causa, inclusa la difesa che ha, tra l’altro, proposto istanza di accesso agli atti per conoscere quali videocamere comunali fossero accese a Fregene la notte dell’assassinio, attendono con ansia i risultati della perizia medico legale che dovrebbe in primo luogo fornire indicazioni precise sull’orario esatto della morte di Stefania Camboni.

L’ora della morte e il mosaico dei movimenti di Giada Crescenzi nella casa degli orrori

Questi risultati dovranno essere confrontati anche con le dichiarazioni rese dall’indagata al procuratore della Repubblica Alberto Liguori, subito dopo l’omicidio e che fotografano i suoi movimenti all’interno del villino a due piani di Fregene. Un quadro ricostruito dalla giovane con precisione.

Giada ha, infatti, affermato di essere rimasta sveglia fino a tardi e di aver sentito la futura suocera intrattenersi in salotto per vedere un film fino all’una di notte.

Dopodiché la 30enne si sarebbe addormentata fino alle 4.30 del mattino, ha sentito Stefania russare al piano superiore e aggiunge di aver usato il cellulare fino alle 5.00 per effettuare le ricerche contestate dall’accusa in merito alle modalità utilizzate per ripulire le tracce di sangue da un materasso.

A quel punto l’indagata si sarebbe riaddormentata fino alle 6.50 chiedendo al compagno, in rientro dal lavoro, di portarle la colazione e di essersi riappisolata alle 7.10 quando Francesco Violoni torna trovando la porta di casa aperta e senza effrazioni.

La chiave per risolvere il delitto è in questo incrocio quasi frenetico di minuti, in cui il sonno di Giada si alterna alla veglia, e quando un altro ipotetico killer sarebbe entrato in azione proprio mentre la nuora era addormentata per sopprimere nel silenzio più assoluto la povera vittima.

Anche questo è un dato certo: nessuno dei vicini di casa in quei frangenti ha udito grida o rumori strani provenire dalla villetta di famiglia.

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