Svolta nel giallo della Giustiniana: Procura ipotizza maltrattamenti prima della morte di Camilla Sanvoisin

Nuovi elementi investigativi gettano ombre sui mesi precedenti la scomparsa di Camilla Sanvoisin, trovata senza vita in casa del compagno

Camilla Sanvoisin in uno scatto pubblicato dalla mamma

La Procura di Roma torna a occuparsi con forza del drammatico decesso avvenuto nel febbraio dello scorso anno in un appartamento della Giustiniana. La vittima, la 25enne Camilla Sanvoisin, venne rinvenuta priva di vita accanto al compagno Giacomo Celluprica, in una dinamica che inizialmente era stata rubricata come un tragico incidente legato al consumo di sostanze stupefacenti. Tuttavia, la chiusura delle indagini autoptiche e il successivo lavoro investigativo dei pm hanno aperto uno scenario differente, spostando l’attenzione non solo sulle cause immediate del decesso, ma sulla qualità della vita e della relazione che la ragazza conduceva nei periodi precedenti alla sua prematura scomparsa.

Nuovi elementi investigativi gettano ombre sui mesi precedenti la scomparsa di Camilla Sanvoisin, trovata senza vita in casa del compagno

Al momento del dramma, il 35enne Giacomo Celluprica riferì alle autorità di aver trascorso la serata assumendo droga insieme alla compagna. Secondo la sua versione, i due si sarebbero poi addormentati profondamente e solo al risveglio, avvenuto molte ore dopo, l’uomo si sarebbe accorto che la giovane era inerte.

La chiamata ai soccorsi risultò vana, poiché il personale sanitario non poté fare altro che constatare il decesso. Sebbene l’autopsia avesse confermato come causa della morte un arresto cardiaco dovuto all’assunzione di sostanze, escludendo traumi esterni evidenti, la posizione di chi era con Camilla Sanvoisin quella notte è rimasta al vaglio degli inquirenti per diversi aspetti collaterali, tra cui il rinvenimento di numerosi flaconi di metadone all’interno dell’abitazione.

L’evoluzione delle accuse e le decisioni del Tribunale

Il percorso processuale ha visto una prima tappa significativa lo scorso maggio, quando Celluprica è stato assolto dall’accusa di detenzione ai fini di cessione di stupefacenti. Nonostante i flaconi ritrovati in casa, il giudice ha ritenuto che non vi fossero prove sufficienti a dimostrare l’attività di spaccio verso terzi o verso la stessa vittima. Tuttavia, il lavoro della Procura non si è fermato a questo verdetto.

Grazie a un’analisi capillare dei dispositivi elettronici e delle testimonianze raccolte tra le persone vicine alla coppia, è emerso un quadro di fragilità e possibili vessazioni che ha spinto i magistrati a formulare la nuova e pesante ipotesi di reato: maltrattamenti ai danni di Camilla Sanvoisin. Questo nuovo filone investigativo punta a ricostruire se la giovane vivesse in una condizione di sottomissione o sofferenza fisica e psicologica costante.

La rete dello spaccio e la responsabilità della pusher

Parallelamente alla posizione del compagno, le indagini tecniche sui telefoni cellulari hanno permesso di risalire alla presunta fornitrice della dose letale. Si tratta di una pusher, attualmente indagata per il reato di morte come conseguenza di altro delitto. Gli inquirenti sono riusciti a ricostruire i contatti avvenuti poco prima del decesso, individuando la donna che avrebbe venduto la droga alla coppia.

Questa branca dell’inchiesta si muove su un binario separato ma complementare a quello dei maltrattamenti, cercando di definire le responsabilità oggettive nella catena di eventi che hanno portato alla morte di Camilla Sanvoisin in quel freddo pomeriggio di febbraio alla periferia nord di Roma.

La battaglia della famiglia per la verità

In questo complesso scenario legale, la famiglia della giovane, assistita dai legali Enrico Modica ed Elisa Scaroina, continua a chiedere che venga fatta piena luce su ogni singola ombra della vicenda. La convinzione dei congiunti è che la tragedia non sia stata solo il frutto di una tragica fatalità, ma il tragico epilogo di un contesto di vita degradato e segnato da abusi.

L’ipotesi di maltrattamenti avanzata dalla Procura rappresenta per i familiari un passo avanti necessario per accertare se, oltre alla droga, vi siano state condotte umane che hanno accelerato o favorito la sua fine. Il fascicolo resta aperto e le prossime audizioni potrebbero rivelarsi decisive per determinare se il sospettato dovrà affrontare un nuovo processo per le violenze che si ipotizza abbia commesso tra le mura domestiche.