Sparò e uccise a Roma Martina Scialdone, pena ridotta in Appello per l’ex compagno

Riduzione della condanna per l’omicidio di Martina Scialdone: da ergastolo a 24 anni, la famiglia esprime incredulità e dolore

“Sono veramente delusa, mi aspettavo una conferma dell’ergastolo. Giustizia non è stata fatta, in altri femminicidi sono state avvalorate le condanne all’ergastolo”, è incredula Viviana, la mamma di Martina Scialdone, l’avvocatessa di 34 anni uccisa a Roma nel gennaio 2023 dal suo ex compagno, Costantino Bonaiuti.

Riduzione della condanna per l’omicidio di Martina Scialdone: da ergastolo a 24 anni, la famiglia esprime incredulità e dolore

La sua amarezza arriva dopo la sentenza della Corte d’Assise d’Appello, che ha ridotto la condanna da ergastolo a 24 anni e otto mesi per Bonaiuti.

Il verdetto, pronunciato oggi, mercoledì 16 luglio, riapre ferite e alimenta la frustrazione di chi chiedeva giustizia piena. I giudici hanno escluso la premeditazione.

In primo grado, la Prima Corte d’Assise aveva condannato Bonaiuti all’ergastolo, riconoscendo tutte le aggravanti contestate.

La Procura Generale, così come i legali di parte civile, aveva richiesto la conferma integrale di quella sentenza nel processo d’Appello, sostenendo la validità delle prove raccolte.

Bonaiuti era accusato di omicidio volontario aggravato da futili e abietti motivi, con particolare enfasi sulla gelosia, il preesistente legame affettivo e la premeditazione.

Quest’ultima accusa era stata rafforzata dalla prova che l‘uomo aveva portato l’arma all’appuntamento, consapevole della volontà di Martina di porre fine alla relazione.

A rendere il quadro ancora più inquietante, l’installazione clandestina di un dispositivo Gps sull’auto di Martina, collegato al cellulare di Bonaiuti per monitorarne ogni spostamento.

Oltre all’omicidio, Bonaiuti rispondeva anche del porto illegale della pistola semiautomatica Glock, detenuta per uso sportivo.

La tragedia davanti al fratello

Il delitto è avvenuto al culmine di una lite, andata in scena fuori da un ristorante in via Amelia, nel quartiere Tuscolano.

Martina aveva preso la decisione di interrompere la relazione, scatenando la furia omicida di Bonaiuti. La scena si è svolta sotto gli occhi atterriti del fratello della vittima, giunto sul posto proprio perché preoccupato per la sorella.

Disappunto dell’associazione “Insieme a Marianna”

L’associazione “Insieme a Marianna”, parte civile nel processo, ha espresso profondo disappunto per la sentenza. L’avvocata Licia D’Amico non nasconde la delusione:

“La sentenza di oggi ci lascia profondamente interdetti – dichiara – resta il fatto che ormai l’aggravante della premeditazione è diventato una specie di oggetto misterioso nel nostro ordinamento. Qui c’erano comportamenti nettissimi a carico dell’imputato”.

Un “femminicidio”, così lo definisce D’Amico, contro una “giovane professionista, poco più che trentenne”, il cui ultimo appuntamento si è trasformato in una tragedia. “Resta una sensazione di stordimento di fronte a una pronuncia che defalca non solo la pena, ma anche il quadro probatorio di primo grado”, conclude l’avvocata.