Un caso giudiziario e diplomatico coinvolge direttamente l’Italia dopo gli avvenimenti registrati in Cisgiordania. Donato Ferdori, 56enne, professore di filosofia del liceo Anco Marzo di Ostia, è stato arrestato lo scorso 29 ottobre e si trova attualmente recluso nel carcere israeliano di Givon.
Donato Ferdori si trova recluso in un carcere israeliano: l’accusa è di presunta violazione di una zona militare per supportare gli agricoltori locali
I fatti sono avvenuti durante le operazioni condotte dalle forze di sicurezza israeliane lo scorso 29 ottobre nella località di al-Lubban al-Gharbi, area situata a nord-ovest di Ramallah in Cisgiordania.
Secondo quanto riportato dall’organizzazione International Solidarity Movement (Ism), un gruppo composto da 14 attivisti internazionali si trovava nel comune palestinese per affiancare e supportare gli agricoltori locali durante la campagna di raccolta delle olive.
L’intervento delle forze armate, è scattato con l’accusa contestata ai volontari di aver fatto ingresso e violato un’area dichiarata zona militare chiusa.
Gli attivisti dell’organizzazione Ism sostengono tuttavia che nessun provvedimento o ordine scritto di interdizione sia stato mostrato loro sul campo al momento delle operazioni, trattandosi di terreni ad uso agricolo. Nell’ambito dei medesimi fatti risulterebbe essere stato fermato anche il sindaco del villaggio.
La reclusione in un carcere israeliano
Secondo il Manifesto, tra i volontari fermati durante i controlli nel villaggio, 13 hanno scelto di sottoscrivere la procedura di espulsione amministrativa immediata, proposta dalle autorità locali, venendo successivamente imbarcati sui voli di rientro verso i rispettivi Paesi d’origine o posti in attesa di partenza presso le strutture preposte.
L’unico membro del gruppo ad aver rifiutato l’allontanamento coatto immediato è stato l’italiano Donato Ferdori. Il docente di 56 anni, docente di filosofia presso il liceo Anco Marzo di Ostia e residente a Roma, giunto in Cisgiordania il 25 settembre per partecipare alle attività umanitarie dell’Ism, ha espresso la volontà di attendere la formalizzazione del procedimento giudiziario ordinario.
In virtù di tale scelta, la sua posizione passa ora al vaglio di un magistrato israeliano, al quale spetterà il compito di valutare e motivare l’ordinanza di allontanamento. Nel frattempo, Ferdori rimane ristretto presso il centro di detenzione di Givon.
Sulle tempistiche e sullo svolgimento dell’udienza dinanzi al giudice penale per il caso del professore romano, non sono state ancora fornite indicazioni ufficiali da parte degli organi giudiziari.
L’apprensione della famiglia e il quadro delle tutele diplomatiche
L’evoluzione dello stato di detenzione del docente è seguita con comprensibile apprensione dai suoi familiari in Italia. La sorella dell’insegnante, Chiara Ferdori, ha riferito a Il Fatto Quotidiano di aver potuto interloquire con il fratello in un’unica e breve conversazione telefonica concessa nella serata del 30 ottobre, durante la quale il 56enne avrebbe manifestato condizioni di salute provate.
Sul fronte dell’assistenza istituzionale, la rappresentanza diplomatica italiana e la Farnesina hanno confermato di seguire la vicenda con la massima attenzione. Le autorità diplomatiche italiane mantengono costante il monitoraggio sulle condizioni di detenzione del connazionale, garantendo la presenza dei necessari supporti e la tutela dei diritti fondamentali del cittadino ristretto.
Le parole dell’organizzazione umanitaria e la scelta del professore
In una nota diffusa per fare chiarezza sugli avvenimenti del 29 ottobre ad al-Lubban al-Gharbi, l’International Solidarity Movement (Ism) documenta l’intervento delle forze israeliane durante la raccolta delle olive, denunciando le rigide modalità di detenzione e l’arresto con percosse subito dal sindaco. L’organizzazione sottolinea l’impatto dei provvedimenti: «La deportazione dei volontari internazionali indebolisce ulteriormente la presenza solidale che gli agricoltori palestinesi hanno richiesto durante il raccolto».
Il 56enne docente di filosofia, unico ad aver rifiutato l’espulsione immediata prima della reclusione nel carcere di Givon, ha motivato con fermezza la sua presenza sul campo: «Esprimo la mia solidarietà al popolo palestinese, considerato dalla maggioranza degli israeliani e dal loro governo un popolo inferiore, da usare, sottomettere, torturare e persino sterminare. Per chi ne ha la possibilità, è necessario opporsi direttamente – senza violenza, ma con ferma determinazione – a questi crimini contro la vita e la dignità umana, anche affrontando i rischi che tale opposizione comporta. Come persone comuni, cerchiamo di fare ciò che la comunità internazionale dovrebbe fare e che, vergognosamente, non fa».


















