Un canale di approvvigionamento internazionale per inondare di cocaina la Capitale, in particolare a Roma est. Un business milionario gestito direttamente dall’interno di un istituto penitenziario e persino durante una latitanza dorata in Spagna. È quanto scoperto dalla Dia, la Direzione Distrettuale Antimafia di Roma, che ha portato all’emissione di un’ordinanza di custodia cautelare nei confronti di sei persone, arrestate all’alba di oggi, 27 ottobre.
I capi impartivano ordini dalle sbarre e durante la latitanza in Spagna. Metodi mafiosi per pretendere il pagamento di droga già sequestrata
I provvedimenti sono stati eseguiti dal Centro Operativo della Dia di Roma, con il supporto operativo della Questura,dei Carabinieri e della Guardia di Finanza della Capitale. L’inchiesta, condotta tra il febbraio e il settembre di quest’anno,ha squarciato il velo su un’organizzazione criminale strutturata e attiva nel traffico internazionale di stupefacenti,aggravata dal metodo mafioso.
Il “metodo” dal carcere e le estorsioni
Secondo gli elementi raccolti dagli investigatori, la regia del sodalizio non si era fermata neppure di fronte alle sbarre: i capi e i promotori continuavano a impartire ordini, gestire i contatti con i canali di approvvigionamento esteri e coordinare la rete di distribuzione romana direttamente dal carcere e, in alcuni casi, dalla Spagna, dove uno dei principali indagati si era reso latitante.
Le indagini della Dda hanno fatto emergere un quadro particolarmente violento. Gli indagati, infatti, non si limitavano a gestire lo spaccio, ma ricorrevano a condotte estorsive nei confronti di altri trafficanti attivi tra i quartieri di San Basilio e Tufello.
Il nodo del carico fantasma da 750 mila euro
Al centro delle pressioni estorsive c’era il pagamento di una partita colossale di droga: 20 chili di cocaina dal valore stimato di 750 mila euro.
Il carico, tuttavia, non era mai arrivato a destinazione perché intercettato e sequestrato dalle forze di polizia.
Una perdita economica enorme che l’organizzazione aveva preteso di rifarsi comunque sui pusher locali della periferia romana,utilizzando metodi intimidatori tipici della criminalità organizzata per imporre il saldo di una fornitura mai goduta.


















