«Ci aspettavano perché siamo neri»: sopravvissuto a sei coltellate, il racconto choc dell’agguato a Roma

Il drammatico racconto della vittima dopo la notte dell'agguato a coltellate dopo lo sgombero di via Tallone, dove è stato ucciso l'amico Sami. «Aggrediti da italiani»

Foto di archivio

Un agguato a colpi di coltello sferrato nel buio del parco, a poche ore dallo sgombero palazzo di via Tallone. Due uomini aggrediti alle spalle: uno trafitto a morte sul colpo, l’altro che è riuscito a fuggire dopo sei coltellate. È la drammatica ricostruzione dell’attacco avvenuto la sera del 29 settembre a La Rustica, nella periferia est di Roma, in cui ha perso la vita il giovane Sami e da cui è sopravvissuto Kingsley Tomsi, 42 anni, richiedente asilo nigeriano.

Il drammatico racconto della vittima dopo la notte dell’agguato a coltellate dopo lo sgombero di via Tallone, dove è stato ucciso l’amico Sami. «Aggrediti da italiani»

«Ci stavano aspettando perché siamo neri. Loro purtroppo erano italiani», denuncia Tomsi nel ripercorrere quei minuti di terrore in un’intervista concessa a La Repubblica. Sul corpo porta ancora le cicatrici di sei coltellate e i segni dell’intervento chirurgico d’urgenza all’addome che gli ha salvato la vita.

La ricostruzione della notte a La Rustica

I fatti si sono svolti poche ore dopo lo sgombero dello stabile occupato di via Tallone. Dopo essere stato rilasciato dal commissariato in seguito ai controlli di routine sui documenti di soggiorno, Tomsi si era incamminato verso Rebibbia insieme a Sami per cercare un riparo per la notte.

Attorno alle 21:30, attraversando il parco di La Rustica, i due si sono accorti della presenza di alcune persone nascoste tra la vegetazione. «Ho sentito delle voci che dicevano: “Eccoli, sono arrivati”», spiega la vittima. Illuminando il sentiero con la torcia del cellulare, Tomsi ha incrociato un ragazzo «giovanissimo, bianco, con una felpa bianca e cappuccio». Nonostante le rassicurazioni apparenti del giovane, subito dopo il loro passaggio è scattata la violenza da parte del gruppo.

La fuga e le prime indagini

Mentre per Sami l’aggressione si è rivelata mortale, Tomsi è riuscito a fuggire spinto dal ricordo della voce della madre: «Mi diceva: “Alzati, non puoi morire qui”. Mi sono rialzato e sono scappato». Ferito in maniera grave, è stato soccorso da alcuni conoscenti che lo hanno prima messo in un carrello della spesa e poi trasportato in ospedale.

Oltre a denunciare la matrice razzista dell’agguato e a respingere con fermezza qualsiasi ipotesi di un regolamento di conti legato allo spaccio nel quartiere («Guarda le mie mani, sono le mani di uno che lavora»), Tomsi solleva dei dubbi: «Ho subito detto che mi avevano aggredito dei bianchi italiani. Eppure mi venivano mostrate foto di neri. Aspetto di essere interrogato sulla morte di Sami».