«Cadiamo e ci rialziamo, cadiamo e ci rialziamo ancora». In questo antico detto dei padri del deserto è racchiuso il senso profondo della vita di Enzo Bianchi — “fratel Enzo” per la moltitudine di fedeli che lo hanno seguito, “padre Bianchi” per chi non ne conosceva la naturale diffidenza verso le etichette ecclesiastiche. Il fondatore della Comunità monastica di Bose e della Fraternità della Madia, autore anche di 300 pubblicazioni, si è spento oggi, martedì 1 settembre, all’ospedale Molinette di Torino all’età di 83 anni.
Addio a Enzo Bianchi, monaco e voce profetica del cristianesimo contemporaneo: la storia del teologo che ha rivoluzionato l’ecumenismo e la lettura della Scrittura
Le sue condizioni si erano aggravate radicalmente negli ultimi giorni a causa di uno scompenso renale che lo aveva condotto al coma metabolico.
Con la sua scomparsa, la Chiesa e la cultura italiana perdono una delle figure più incisive, controverse e carismatiche degli ultimi decenni.
Dalle origini nel Monferrato al sogno di Bose

La sua storia parte dal Monferrato e da Asti dove, orfano in giovane età, fu avviato alla fede dalla postina del paese, Coco, che gli regalò una Bibbia e le Regole di san Basilio. Abbandonati l’impegno nell’Azione Cattolica e la politica giovanile, scelse di cercare una vita modellata unicamente sul Vangelo. Dopo le esperienze di condivisione con l’abbé Pierre in Francia e l’incontro con frère Roger Schutz a Taizé, Bianchi decise di stabilirsi nel borgo abbandonato di Bose, sulla Serra di Ivrea.
L’esperimento ecumenico e il dialogo con la cultura
Lì prese forma una singolare esperienza di monachesimo ecumenico e misto: uomini e donne, cattolici e protestanti, uniti dalla disciplina della lectio divina e da un’ospitalità aperta («Suonate, entrate, qualcuno vi accoglierà»). Superato l’iniziale interdetto del vescovo di Biella grazie alla protezione del cardinale di Torino Michele Pellegrino, dagli anni Ottanta Bose divenne un epicentro spirituale ed esistenziale straordinario.
Attorno alla sua celebre mensa si ritrovarono figure della politica come Nino Andreatta, dell’impresa come Carlin Petrini e dell’arte come Arvo Pärt. Attraverso una vastissima produzione editoriale e una predicazione instancabile, Bianchi riportò la Sacra Scrittura al centro del dibattito pubblico.
Le dimissioni, lo strappo con Roma e l’esilio
Il 25 gennaio 2017 si dimise da priore di Bose, compiendo un gesto teorizzato da sempre. Tuttavia, incomprensioni e contrasti interni sfociarono in una visita apostolica e in un decreto approvato in forma specifica da Papa Francesco, che gli impose l’allontanamento. Bianchi scelse di non ribellarsi: accettò l’esilio senza rinnegare la propria vocazione e rifondò a poca distanza la Fraternità della Madia.
L’eredità di un maestro libero
Tra le prime attestazioni di cordoglio spicca il ricordo del giornalista Gad Lerner: «Piango Enzo Bianchi, amico caro. Uomo di fede e di cultura capace di riunire mondi diversi». Ora che il suo percorso terreno si è concluso, il vuoto lasciato da questo monaco laico rivelerà fino in fondo la sua reale misura.




















