Tutto ha avuto inizio nella tarda serata di ieri, quando una donna si è presentata negli uffici della Stazione dei Carabinieri di Roma Cinecittà in lacrime e lo sguardo sconvolto, per lanciare un allarme disperato. Sul display del suo telefono, c’erano una serie di messaggi drammatici inviati dal figlio. Poche parole definitive, cariche di sofferenza, che risuonavano come un addio inequivocabile. Senza esitare un solo istante, le pattuglie sono scattate sul campo per tentare l’impossibile per salvarlo.
La corsa contro il tempo a Cinecittà: giovane con il cappio al collo a un passo dalla morte per asfissia, salvato in extremis da un Carabiniere
I militari hanno orientato le perlustrazioni verso il Parco di Centocelle, una macchia verde che di notte si trasforma in un labirinto di ombre, addentrandosi a piedi per oltre 300 metri tra la vegetazione fitta, spinti solo dall’urgenza di fermare il gesto estremo del giovane.
Poi ad un tratto, gli operanti si sono trovati di fronte a una scena drammatica, nel buio pesto, illuminato solo dai fasci delle torce, c’era il giovane: immobile, in piedi su una precaria sedia di plastica, con una corda da canapa serrata intorno al collo e l’altro capo saldamente ancorato al ramo di un albero. Un equilibrio fragile, a pochi centimetri dall’asfissia mortale.
La minaccia sul filo del rasoio e il terrore dell’impatto
Alla vista delle divise, la reazione del ragazzo è stata immediata e disperata. In preda a un fortissimo stato di alterazione emotiva, urlando nel vuoto, ha minacciato di lasciarsi cadere immediatamente se qualcuno avesse fatto anche solo un passo verso di lui.
Ogni secondo pesava come un macigno: bastava un movimento brusco, un passo falso o un calcolo errato per far scivolare quella sedia e spezzare per sempre la sua giovane vita per impiccagione. Il rischio che il cappio si stringesse mortalmente era concreto, imminente, terrificante.
I venticinque minuti che hanno cambiato un destino
Comprendendo che la forza avrebbe portato solo alla tragedia, uno dei Carabinieri ha scelto la strada della parola. Si è fermato, ha abbassato le difese e ha iniziato a parlare con voce calma, incrociando lo sguardo terrorizzato del ragazzo.
Per 25 minuti interminabili, nel silenzio surreale del parco, il militare ha ascoltato l’anima lacerata del 27enne. Un fiume in piena di insoddisfazioni personali, fallimenti lavorativi percepiti come macigni e un profondo senso di solitudine.
Con pazienza e straordinaria empatia, il Carabiniere è riuscito a spezzare quel muro di disperazione, instaurando un sottile legame d’umanità.
La liberazione dal cappio e la rinascita
Sfruttando un piccolo pretesto per azzerare le distanze in totale sicurezza, il militare si è avvicinato abbastanza da stabilire un contatto fisico con gesti delicati ma fermi, fino a quando è riuscito a far desistere il giovane e a sostenerlo mentre venivano liberati i piedi dalla sedia.
La corda, già stretta intorno alla gola, gli stava provocando lesioni cutanee e evidenti difficoltà respiratorie: pochi minuti ancora e il soffocamento sarebbe stato irreversibile. Liberato dal cappio, il ragazzo è stato soccorso con la massima urgenza dai sanitari dell’ARES 118 e trasportato all’Ospedale San Giovanni dove, lontano dal buio di quella notte disperata, ha potuto finalmente riabbracciare i suoi cari.



















