Rosario Livatino, a Roma la reliquia del “giudice ragazzino”: il significato e dove trovarla

La reliquia di Rosario Livatino entra nel Memoriale dei Nuovi Martiri. La storia del beato, la lotta alla criminalità e il mistero dell'acronimo "S.T.D."

Foto dal Centro Studi Rosario Livatino

Donata a Roma una reliquia del beato Rosario Livatino, il magistrato siciliano assassinato dalla mafia nel 1990 mentre in auto andava in tribunale. Da oggi un legame profondo unisce la memoria della lotta alla mafia e il cuore della Capitale.

La reliquia di Rosario Livatino entra nel Memoriale dei Nuovi Martiri. La storia del beato, la lotta alla criminalità e il mistero dell’acronimo “S.T.D.”

La cerimonia di consegna della reliquia, presieduta dal cardinale vicario Baldo Reina, si svolgerà nella serata di oggi, 20 maggio. Sarà l’associazione “Amici del Giudice Rosario Angelo Livatino” ad affidare questo prezioso simbolo della legalità nelle mani di don Moise Moriba Beavogui, rettore del luogo che ospiterà la memoria del magistrato, ossia la storica chiesa di San Bartolomeo all’Isola.

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La chiesa di San Bartolomeo all’Isola

Su Rosario Livatino  Papa Francesco aveva espresso parole di profonda stima: “Livatino è un esempio non soltanto per i magistrati, ma per tutti coloro che operano nel campo del diritto: per la coerenza tra la sua fede e il suo impegno di lavoro, e per l’attualità delle sue riflessioni”.

Dove trovare la reliquia di Rosario Livatino a Roma

Per chi desidera rendere omaggio al “giudice ragazzino”, la reliquia è esposta al pubblico a Roma all’interno della Basilica di San Bartolomeo all’Isola, situata sull’Isola Tiberina.

La chiesa ospita il Memoriale dei Nuovi Martiri, un luogo di preghiera e memoria affidato alla Comunità di Sant’Egidio. Nello specifico, il frammento è stato collocato stabilmente all’interno dell’altare dedicato ai Martiri d’Europa.

Qual è la reliquia donata e il suo profondo significato

La reliquia, donata direttamente dalla famiglia del magistrato, consiste in un frammento degli abiti indossati da Livatino il giorno della sua morte, rimasto intriso del suo sangue.

Non si tratta solo di una memoria sacra per la Chiesa cattolica, ma di un potente simbolo civile.

Rappresenta la testimonianza di un uomo dello Stato che ha pagato con la vita il rifiuto di scendere a patti con la criminalità organizzata.

Come ricordato durante l’omelia di beatificazione, Livatino ha vissuto una coerenza così totale tra fede cristiana e professione da convincere i suoi avversari che “l’unica possibilità che avevano per uccidere il giudice era quella di uccidere il cristiano”. Per questo motivo la Chiesa lo venera oggi come Martire.

La biografia e la carriera: chi era il “giudice ragazzino”

Uomo straordinariamente normale e moderno, se non fosse stato ucciso a soli 37 anni Rosario Livatino sarebbe stato a lungo in servizio.

Ecco le tappe fondamentali della sua vita

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Foto dal Centro Studi Rosario Livatino

Rosario Livatino è nato a Canicattì, in provincia di Agrigento, il 3 ottobre del 1952. Completa gli studi al liceo classico e in giurisprudenza con lode e il 18 luglio del 1978 vince il concorso ed entra ufficialmente in magistratura.

Per dieci anni, fino al 1989, lavora come Sostituto Procuratore al Tribunale di Agrigento, dove guida le più delicate indagini antimafia del territorio, arrivando ad anticipare già a metà anni ’80 i meccanismi della successiva “Tangentopoli siciliana”.

Dal 1989-1990 diventa giudice della sezione penale, dedicandosi con fermezza alle misure di prevenzione e ai sequestri patrimoniali per colpire i clan nei loro interessi economici.

Il 21 settembre 1990 viene assassinato in un agguato mafioso sul viadotto Gasena (SS 640 Agrigento-Caltanissetta) mentre si reca al lavoro.

Il 9 maggio 2021 viene proclamato beato nella cattedrale di Agrigento. La sua memoria liturgica si celebra il 29 ottobre.

L’intero commando della Stidda responsabile dell’agguato e i mandanti dell’omicidio sono stati successivamente individuati e condannati all’ergastolo, grazie anche alla coraggiosa testimonianza di un cittadino comune, l’ingegnere Pietro Nava.

Fede e Diritto: il mistero della sigla “S.T.D.” (Sub Tutela Dei)

Nelle agende personali di Rosario Livatino ricorreva spessissimo un acronimo di tre lettere scritte a penna: S.T.D. Inizialmente, durante le prime indagini sul suo omicidio, gli inquirenti pensarono a un codice segreto o a un messaggio cifrato legato a qualche pista di stampo mafioso.

La realtà emersa in seguito si rivelò di natura spirituale. Quella sigla stava per Sub Tutela Dei (Sotto la protezione di Dio).

Si tratta di un’antica invocazione di origine medievale che il magistrato utilizzava fin dai tempi della tesi universitaria. Con quelle tre lettere, Livatino affidava quotidianamente al Signore ogni aspetto della propria esistenza: la gestione delle indagini più pericolose, la paura per la propria incolumità, la vita familiare e il proprio dovere di uomo di legge.