“Ho agito per motivi politici”. Poche parole, gelide, pronunciate davanti agli agenti della Digos che martedì sera hanno bussato alla sua porta nel quartiere Marconi. Eitan Bondì, 21 anni, è il “cecchino” che lo scorso 25 aprile ha aperto il fuoco contro due iscritti all’Anpi nei pressi di Parco Schuster.
In camera un arsenale, ma per colpire il 25 aprile ha usato una pistola softair. Il giallo dell’arma modificata e i legami con i gruppi anti-proPal: “Non volevo uccidere”
Mentre i due sessantenni, Nicola Fasciano e Rossana Gabrieli, camminavano con il fazzoletto partigiano al collo, Bondì si è accostato con uno scooter bianco e ha scaricato una pioggia di pallini.
Tredici secondi di follia immortalati dalle telecamere di sorveglianza, che hanno portato il giovane nel carcere di Regina Coeli con l’accusa di tentato omicidio.
L’arsenale in camera da letto
Ciò che ha lasciato sgomenti gli inquirenti, coordinati dal procuratore capo Francesco Lo Voi, non è solo il gesto in sé, ma quello che Bondì custodiva nella sua stanza. Nonostante per l’agguato abbia utilizzato una pistola softair – poi gettata in un cassonetto e probabilmente modificata per essere più letale – il 21enne disponeva di un vero e proprio arsenale militare, regolarmente denunciato.
Nell’elenco una mitraglietta, un fucile a pompa e un fucile di precisione da cecchino. Tra le armi corte quattro pistole (due automatiche e due revolver).
In casa trovate anche munizioni – sette caricatori e oltre mille proiettili veri – e, sempre per difesa personale, diversi coltelli e attestati di Krav Maga.
Sebbene le armi fossero detenute legalmente grazie a un porto d’armi per il tiro a volo (immediatamente ritirato), la potenza di fuoco a disposizione di un ventunenne solleva interrogativi inquietanti.
Il profilo: l’ipotesi del “lupo solitario”

Bondì, appartenente alla Comunità ebraica romana, ha dichiarato agli inquirenti di far parte della Brigata Ebraica, un’affiliazione tuttavia smentita con fermezza dalla Brigata stessa. Il giovane è ritenuto vicino a gruppi “anti-proPal”, noti per la contrapposizione accesa durante le manifestazioni e l’esposizione di simboli israeliani, ritrovati in abbondanza nella sua camera.
L’ipotesi principale è quella del “lupo solitario”, ma la Digos non esclude una regia o la presenza di complici. Sotto la lente d’ingrandimento c’è ora il suo smartphone: si cercano collegamenti con altri recenti episodi di tensione nella Capitale, dagli scontri nei licei di Monteverde alle aggressioni ai danni di militanti pro-Palestina nei quartieri Prati e nelle università.
Le accuse e il giallo della pistola
L’indagato, difeso dagli avvocati Cesare Gai e Gianluca Tognozzi, si trova ora in custodia cautelare. Nonostante la difesa sostenga che non vi fosse intenzione di uccidere, la Procura resta ferma sulla contestazione di tentato omicidio: “Anche un’arma softair, se colpisce punti vitali, può uccidere“, spiegano i magistrati.
Resta il giallo della pistola sparita. Il sospetto degli investigatori è che Bondì se ne sia liberato per nascondere manomissioni che avrebbero trasformato un giocattolo in uno strumento potenzialmente letale.
Nelle prossime ore, all’elenco delle accuse potrebbe aggiungersi anche l’aggravante della premeditazione.
Aggiornamento
Dopo l’interrogatorio di garanzia il gip ha derubricato il capo di imputazione da tentato omicidio a lesioni e disposto gli arresti domiciliari. Il 21enne nell’interrogatorio ha escluso che la pistola fosse modificata.

















