Si chiama Eitan Bondì, ha 21 anni e un profilo che, fino a pochi giorni fa, sembrava quello di un qualunque giovane romano impegnato a sbarcare il lunario tra lavoretti e passioni personali.
Chi è Eitan Bondì il giovane vicino alla Comunità Ebraica in carcere per tentato omicidio. Di giorno consegnava pasti a domicilio, il 25 aprile ha aperto il fuoco contro due attivisti a Parco Schuster
Ma è proprio dietro la normalità della sua routine di un bravo ragazzo di viale Marconi che si nascondeva l’ombra dell’aggressore di Parco Schuster. Bondì è il ragazzo fermato dalla Digos con l’accusa di tentato omicidio e detenzione di armi, dopo aver aperto il fuoco contro Rossana Gabrieli e Nicola Fasciano, due attivisti dell’Anpi, durante le celebrazioni della Liberazione.
Il rider tradito dalla borsa termica
A incastrare Bondì non è stata solo la tecnologia, ma un dettaglio della sua vita quotidiana. Nelle immagini delle telecamere di sorveglianza analizzate dagli inquirenti, è apparso un fotogramma decisivo: una busta di un’azienda di consegne a domicilio. Il 21enne, infatti, lavorava come rider.
Quel dettaglio, unito a uno scooter Honda SH bianco e a un casco integrale scuro con segni particolari, ha permesso agli uomini coordinati dal procuratore Francesco Lo Voi di stringere il cerchio.
Seguendo le tracce digitali lasciate dal suo motorino lungo un tragitto di quattro chilometri — tra via Ostiense, via del Porto Fluviale e viale Marconi — gli investigatori sono arrivati alla sua porta.
Le armi e la “Brigata Ebraica”
Quando gli agenti hanno perquisito la sua abitazione nella notte, si sono trovati di fronte a un piccolo arsenale: coltelli, armi da soft air e diversi vessilli israeliani. Davanti alla polizia, il giovane non ha negato, anzi, ha ammesso le proprie responsabilità rivendicando l’appartenenza alla “Brigata Ebraica”.
Un’azione che gli inquirenti ritengono tutt’altro che casuale. Il movente politico è la pista principale: Bondì avrebbe puntato e fatto fuoco — senza mai scendere dallo scooter — proprio contro chi indossava il fazzoletto dell’Anpi.
“Ho visto quella pistola puntata contro di me, ho pensato di morire“, ha raccontato Rossana Gabrieli. Sebbene le ferite siano state lievi, la dinamica e la distanza ravvicinata hanno spinto la Procura a contestare il reato più grave: il tentato omicidio.
La reazione della Comunità Ebraica
Il nome di Eitan Bondì è iscritto alla Comunità Ebraica di Roma, che ora vive ore di profondo sconcerto. Il presidente Victor Fadlun ha preso immediatamente le distanze: «Il fermo di un ragazzo iscritto alla nostra Comunità ci riempie di sgomento e indignazione. Condanniamo senza riserve ogni forma di violenza antidemocratica».
Mentre il giovane si trova ora ristretto nel carcere di Regina Coeli, le indagini proseguono. L’obiettivo è capire se Bondì sia un “lupo solitario” o se faccia parte di una rete più strutturata.

















