Riprende all’aula bunker del carcere di Rebibbia il processo con rito immediato per l’omicidio di Fregene, avvenuto il 15 maggio dello scorso anno quando Stefania Camboni venne assassinata con decine di coltellate in un villino situato in via Santa Teresa di Gallura.
Omicidio di Fregene, riprende all’aula bunker di Rebibbia il processo nei confronti dell’unica imputata per l’assassinio di Stefania Camboni
L’iter del giudizio in cui è imputata la 33enne Giada Crescenzi, nonché ex fidanzata del figlio della signora Camboni, proseguirà domani, martedì 14 aprile alle 9.30, quando verranno ascoltati altri 13 testimoni chiamati alla sbarra dal pubblico ministero.
Bisognerà dunque attendere la convocazione di un’ulteriore udienza per l’escussione di quelli indicati dalla difesa, affidata alle avvocate Anna Maria Anselmi e Maria Grazia Cappelli.
Della lista fa parte lo psichiatra Alberto D’Argenio che ha depositato una perizia di parte sulle condizioni psichiche di Giada al momento del delitto.
Un’infanzia di abusi e bullismo
Giada, con alle spalle un lungo periodo di sofferenza psicologica sin dall’infanzia, segnato da abusi e atti di bullismo, avrebbe agito sotto l’impulso di un “forte stato dissociativo” quando si avventò sulla vittima aggredendola a notte fonda mentre stava dormendo e senza lasciarle scampo.
“La nostra assistita è consapevole delle sue responsabilità, ma non ricorda e non riesce a ricostruire tutto ciò che è accaduto durante l’azione omicidiaria -sottolinea l’avvocata Anna Maria Anselmi- per questo abbiamo presentato una perizia di parte e chiesto al tribunale di nominare un consulente tecnico d’ufficio che accerti, non tanto la sua capacità di stare in giudizio, quanto le condizioni in cui si è trovata quella notte di cui ricorda solo alcune cose ma solo a sprazzi”.
“Per esempio non sa spiegare come si sia trovata a compiere certi movimenti e alcune dinamiche che le vengono attribuite, come quella di essere uscita di casa dopo l’omicidio per inscenare una falsa rapina che allontanasse da lei qualsiasi sospetto dopo la scoperta del delitto”.
Gli effetti del Minias
Ma c’è un dettaglio in più che emerge dalla perizia di parte. Giada, preda di crisi di ansia incontrollabili, faceva abuso di Minias una benzodiazepina per il trattamento a breve termine dell’insonnia grave e disabilitante.
Uno psicofarmaco che agisce come sedativo ma anche come ipnotico al tempo stesso. Ne bastano poche gocce affinché faccia effetto e l’imputata era arrivata a consumarne una boccetta e mezza al giorno. Un quantitativo capace di stravolgere la visione della realtà e delle azioni compiute anche durante lo stato di veglia.
“Bisogna cercare di capire con esattezza -prosegue la legale- come stesse Giada in quei terribili momenti. Parliamo di una ragazza bullizzata che nel corso di tutta la sua vita ha sofferto di gravi problemi legati alla bulimia e che è stata anche operata per risolverli”.
Le cure in carcere
In carcere a Civitavecchia la 33enne ha ricevuto cure specialistiche che le hanno restituito piena lucidità, ma per farlo è stato necessario un lungo percorso per disintossicarla dal Minias che proietta chi ne fa un utilizzo eccessivo in uno stato surreale, una sorta di mondo ovattato di cui lei aveva un estremo bisogno e che la spingeva a procurarsi danaro per poterne entrare in possesso.
Una condizione di profondo malessere di fronte al quale la pubblica accusa non si è opposta alla richiesta delle due avvocate di procedere a una perizia psichiatrica d’ufficio.
Una richiesta su cui i giudici si pronunceranno, prevedibilmente in una delle prossime udienze, dopo aver ascoltato Alberto D’Argenio il professionista nominato dalla difesa e inserito in un elenco di testi di cui fanno parte anche Armando Palmegiani che si è occupato di ricostruire la scena del crimine dal punto di vista della scienza forense, e il medico legale che, invece, ha analizzato l’omicidio sotto il profilo anatomo patologico.
Giada ricorderebbe molto poco di quanto accaduto in quelle concitate fasi pur avendo riconosciuto le sue responsabilità nel delitto. Una sorta di riedizione del caso Franzoni, l’assassinio del piccolo Samuele per mano della madre, Anna Maria, che ha sempre negato di aver ucciso il figlio nella villetta di Cogne in Val D’Aosta.
La documentazione presentata dalle due legali è molto approfondita ed è stata effettuata anche con la collaborazione di una psicologa forense che ha somministrato all’imputata una serie di test specifici.
La 33enne avrebbe anch’ella cancellato in toto dai ricordi dettagli che sono stati cristallizzati in modo inconfutabile dalle indagini effettuate dai carabinieri del Reparto Investigazioni Scientifiche.
Dopo aver colpito ripetutamente Stefania Camboni l’imputata ne avrebbe addirittura indossato le scarpe spostando l’auto della vittima e facendosi un giro nelle vicinanze come se fosse uscita per fare la spesa, abbandonando poi la vettura sul ciglio della strada dove venne trovata con la portiera aperta e senza chiavi sul cruscotto.
I corpi di reato gettati nel campo
Misteri di una mente malata che ha spinto la ragazza a infilare in un sacco, abbandonato in un campo non lontano dal villino della morte, l’arma del delitto (il coltello del set masterchef regalato all’ex fidanzato Francesco Violoni).
Chi non crede all’incapacità di intendere e di volere di Giada, invece, è l’avvocato di parte civile Massimiliano Gabrielli che ha presentato una querela per calunnia aggravata a carico dell’imputata dopo che la Procura di Civitavecchia ha accertato la completa estraneità ai fatti del figlio della signora Camboni, Francesco Violoni, e chiesto l’archiviazione delle accuse inizialmente formulate nei suoi confronti dopo che l’ex fidanzata l’aveva accusato di essere stato lui ad ammazzare la madre e di averla minacciata affinché non di rivolgesse alle autorità per denunciarlo.
“Di certo il presunto stato dissociativo di cui soffrirebbe Giada contrasta in modo evidente con tutte le dichiarazioni che lei stessa –rileva Gabrielli– ha reso al Pm nella notte successiva a quella del delitto, quando ha sostenuto di non aver sentito nulla e di aver scoperto il cadavere della signora Stefania solo la mattina del 15 maggio al rientro di Violoni dal lavoro”.
Giada aveva, infatti, cambiato versione affermando, in sede di interrogatorio, che l’ex avesse ucciso la madre prima di andare al lavoro e cioè alle ore 22.00, mentre gli inquirenti hanno accertato che Stefania Camboni era ancora viva alle 23.30 quando aveva inviato un messaggio vocale chattando con un’amica.
Il sequestro del modem di casa Camboni e l’inquietante conversazione di Giada
Intanto il pubblico ministero ha condiviso la richiesta di parte civile rappresentata dall’avvocato Massimiliano Gabrielli di ammettere al dibattimento l’acquisizione delle prove desumibili dal router/modem di casa Camboni, sequestrato a suo tempo dagli inquirenti, per ricostruire i log di connessione alla rete wi-fi nella notte del delitto tra il 14 e il 15 maggio dell’anno scorso.
La ricostruzione della cronologia delle connessioni permette di accertare l’orario dell’ultimo accesso del telefono della vittima alla rete wi-fi ma anche di stabilire con certezza la presenza in casa di Giada Crescenzi nell’orario in cui è avvenuto il delitto. E in particolare i tempi esatti del suo allontanamento dal villino per nascondere l’arma del delitto.
L’avvocato Gabrielli ha, inoltre, presentato istanza affinché la perizia sui dati telefonici abbia a oggetto oltre che il telefono cellulare della vittima, anche quello dell’imputata per estrapolarne la copia forense che permetterebbe tra l’altro di dare dignità di prova a una conversazione Instagram intercorsa tra Giada Crescenzi e un testimone attraverso il suo account ‘justbooksandcofee’ il 27 aprile 2025, circa 18 giorni prima del delitto.
Dalla conversazione tramite la messaggistica chat interna all’applicazione della rete social emerge come la 33enne abbia lamentato una condizione di convivenza particolarmente infelice e pesante, conseguente al fatto che la signora Camboni l’aveva ripetutamente indicata come la “matta”.
Di qui uno stato di forte stress psicologico derivante dalla coabitazione forzata e ulteriori dichiarazioni dal contenuto premonitorio in cui Giada Crescenzi affermava “magari sentirai parlare al TG di me che la matta qui mi ha accoltellato almeno la smetto di stare sempre di merda”.
Per il legale della famiglia si tratterebbe di una chiara allusione a scenari di violenza con l’uso di arma bianca poi realizzatisi a parti invertite a dimostrazione del fatto che l’omicidio sarebbe stato frutto di premeditazione.
L’acquisizione dei dati telefonici permetterebbe di ricostruire la successione temporale degli eventi in elazione alle tre chiamate effettuate da Giada Crescenzi, tra le 2’26” e le 2’27”, al cellulare della donna assassinata.
Se sei interessato ad approfondire gli argomenti trattati in questo articolo clicca sulle parole chiave colorate in arancione e accedi alla banca dati di canaledieci.it.




















