A Ostia la nuova economia del ‘distruggi e ripara’ sostituisce quella del turismo

Crollano sotto l'erosione metri di spiaggia e simboli di un'economia balneare vissuta per oltre un secolo: la pubblica amministrazione, inerte, punta alla ricostruzione invece di prevenire

Più che l’avvento di una nuova economia, il modo di amministrare il nostro litorale sembra una strana forma di accanimento terapeutico al contrario: è la filosofia del “lascia che crolli, così poi ricostruiamo (forse)“. Accade così che, mentre sulla carta si disegna il mirabolante Parco del mare da ventiquattro milioni di euro, aggiornati a sessantaquattro, la realtà consolidata da oltre un secolo di storia economica si sgretola sotto i colpi delle onde, nell’indifferenza di chi dovrebbe alzare un argine e invece alza solo le spalle.

Crollano sotto l’erosione metri di spiaggia e simboli di un’economia balneare vissuta per oltre un secolo: la pubblica amministrazione, inerte, punta alla ricostruzione invece di prevenire

Sul fronte delle spiagge e, quindi, dell’economia balneare, il bollettino di guerra degli ultimi due anni è impietoso: simboli storici come il Kursaal, lo Shilling e lo Sporting sono stati letteralmente masticati dal mare. Beni dello Stato, patrimonio di tutti, lasciati morire per mancanza di una difesa che non è mai arrivata. Ed è qui che scatta il capolavoro della blasfemia amministrativa: oggi spendiamo fiumi di denaro pubblico non per salvare la spiaggia, ma per rimuovere i detriti di ciò che non abbiamo voluto proteggere. È il trionfo della rimozione delle macerie sulla prevenzione, l’affermazione di un’economia dell’emergenza che preferisce pagare il conto del disastro piuttosto che investire in un muro di contenimento o in un ripascimento serio.

A Ostia la nuova economia del 'distruggi e ripara' sostituisce quella del turismo 1
Ciò che resta dello Sporting Beach – canaledieci

​L’esempio perfetto di questa strategia del “guardare altrove” è il Lungomare Duca degli Abruzzi. Non di ‘lungomuro’, dunque, che stiamo parlando. Lì, quella che è la panoramica per eccellenza, sta per essere inghiottita dalle mareggiate sotto gli occhi di tutti.

Non si muove una pietra, non si pianta un palo. Si aspetta con pazienza il crollo inevitabile, perché riparare un danno è sempre più scenografico — e costoso — che prevenirlo. Così, tra qualche tempo, saremo pronti a stanziare altri milioni per ripristinare il cemento e tentare di arginare un mare che, nel frattempo, si sarà preso altri metri di costa e forse pure la strada.

Mino Ippoliti
Fotogiornalista