Roma terra di conquista della ‘ndrangheta: Cassazione conferma infiltrazioni e cento anni di condanne

Cassazione mette il sigillo su 'ndrangheta romana: 100 anni di carcere complessivi nel rito abbreviato per clan Alvaro-Carzo. Processo ordinario punta a condanne per oltre 4 secoli 

La Cassazione ha stabilito in via definitiva che a Roma esiste ed è operativa una “locale” di ‘ndrangheta, convalidando le sentenze emesse nei precedenti gradi di giudizio relative alla maxi inchiesta “Propaggine”.

Cassazione mette il sigillo su ‘ndrangheta romana: 100 anni di carcere complessivi nel rito abbreviato per clan Alvaro-Carzo. Processo ordinario punta a condanne per oltre 4 secoli

I giudici della seconda sezione penale hanno respinto i ricorsi presentati dalle difese, confermando sostanzialmente le condanne per oltre cento anni di carcere inflitte nel processo con rito abbreviato.

Questo verdetto sancisce una verità processuale storica: la criminalità organizzata calabrese non si limita più a investire capitali nella Capitale, ma ha strutturato una vera e propria cellula territoriale autonoma, dotata di gerarchie interne e potere decisionale. Al centro della vicenda giudiziaria spicca la figura di Antonio Carzo, la cui condanna a 18 anni di reclusione è stata confermata insieme a quelle inflitte ai suoi figli.

L’antefatto: la nascita della locale e l’autorizzazione dalla “casa madre”

Le radici di questa organizzazione affondano nell’estate del 2015, quando Antonio Carzo ottenne ufficialmente il via libera dalla casa madre della ‘ndrangheta in Calabria per costituire una locale nella Capitale.

Secondo quanto ricostruito dalla Direzione Distrettuale Antimafia di Roma, la struttura era retta in modo duale da Carzo e da Vincenzo Alvaro. L’inchiesta, coordinata dai magistrati Giovanni Musarò e Stefano Luciani, ha svelato come gli indagati fossero pienamente consapevoli del loro ruolo e del legame indissolubile con le cosche d’origine, tanto da definirsi nelle intercettazioni come una “propaggine di là sotto”. Questa ramificazione romana operava con metodi mafiosi per controllare attività economiche e imporsi nel sottobosco criminale cittadino.

Le intercettazioni e l’odio verso i magistrati “calabresi”

Uno degli aspetti più eclatanti dell’indagine riguarda le conversazioni registrate dagli inquirenti, che mostrano la preoccupazione degli affiliati per l’operato di magistrati e poliziotti che avevano già combattuto le cosche in Calabria e che si erano poi trasferiti a Roma.

Gli indagati facevano esplicito riferimento a figure come Pignatone, Cortese e Prestipino, descrivendoli come coloro che avevano combattuto nei loro paesi d’origine, come Cosoleto e Sinopoli. Le loro parole, cariche di rancore verso “quelli che combattevano contro tutta la famiglia nostra”, testimoniano la continuità della lotta tra Stato e ‘ndrangheta che si è spostata dai borghi dell’Aspromonte alle strade del centro di Roma.

L’inchiesta “Propaggine” e il processo ordinario in corso

Mentre il rito abbreviato si è concluso con la parola fine della Cassazione, un secondo filone giudiziario prosegue davanti all’ottava sezione penale del Tribunale di Roma. Si tratta del processo con rito ordinario che vede coinvolti circa quaranta imputati, per i quali la Procura ha chiesto condanne complessive per oltre 450 anni di carcere.

I capi d’accusa delineano un panorama criminale vastissimo che va dall’associazione mafiosa alla detenzione illegale di armi, passando per l’estorsione aggravata e il traffico di sostanze stupefacenti.

L’impianto accusatorio punta anche a colpire la fittizia intestazione di beni e il riciclaggio, strategie fondamentali per ripulire il denaro sporco attraverso attività commerciali romane. Con la decisione della Suprema Corte, esiste ora un solido precedente giuridico che riconosce ufficialmente la pericolosità e la natura mafiosa di questa “propaggine” capitolina.