“CasaPound sarà sgomberato”. La data di sgombero non è stata annunciata, per ora c’è la promessa del ministro dell’Interno Matteo Piantesodi. “Prima o poi arriverà il suo turno”.
Dopo lo sgombero del Leoncavallo, il ministro dell’Interno annuncia l’intenzione di intervenire anche contro l’occupazione storica di CasaPound nel cuore di Roma
Dopo lo sgombero del Leoncavallo a Milano, la questione delle occupazioni abusive torna al centro del dibattito politico. Ma questa volta l’attenzione si sposta su Roma, e su un palazzo occupato da oltre vent’anni dal movimento neofascista CasaPound. A promettere un intervento è il ministro dell’Interno Matteo Piantedosi, che al Meeting di Rimini ha dichiarato: “Anche CasaPound rientra nei centri sociali che andrebbero sgomberati. Prima o poi arriverà anche il suo turno”.
Il contrasto col ministro Giuli
Dichiarazioni in controtendenza con quanto sostenuto solo alcune ore prima dal suo collega Alessandro Giuli, numero uno del dicastero alla Cultura, per il quale non è necessario un provvedimento del genere se Casapound si allinea a criteri di legalità.
Il titolare del Viminale chiarisce comunque di non essere contrario a questa ipotesi: “È successo già ad altri centri, il comune di Roma ha comprato addirittura delle strutture per legalizzarli, è successo anche in altre città“.
Da Forza Italia e FdI arrivano però voci contrarie a questa eventualità. Inoltre al momento la struttura resta nella black list del ministero: “Anche Casapound ci rientra, io sono stato da prefetto di Roma quello che l’ha inserito nell’elenco dei centri che sono da sgomberare“, ha ricordato Piantedosi.
Una promessa che riaccende le polemiche sulla gestione politica delle occupazioni. Se da un lato i centri sociali antagonisti vengono progressivamente sgomberati, dall’altro CasaPound continua a occupare un edificio pubblico nel cuore della capitale, in via Napoleone III, senza aver mai pagato un euro di affitto o utenze.
Storia di una occupazione
L’occupazione risale al 27 dicembre 2003. Un gruppo di militanti dell’allora nascente movimento di estrema destra si impossessò di un ex edificio del Ministero dell’Istruzione, formalmente di proprietà del Demanio.
Sessanta vani e una ventina di appartamenti trasformati in sede politica, spazi abitativi e punto di riferimento nazionale per l’organizzazione. Quello stabile, situato a pochi passi dalla stazione Termini, è diventato il simbolo di un “fascismo del terzo millennio”, come si auto definiscono gli occupanti.

Nel corso degli anni si sono succeduti annunci, ordinanze e polemiche. La sindaca Virginia Raggi aveva comunicato un imminente sgombero, mai avvenuto.
Il commissario straordinario Tronca aveva reinserito CasaPound nella lista degli immobili da liberare. E nel 2023 il tribunale di Roma ha condannato dieci militanti – tra cui i leader Gianluca Iannone e Simone Di Stefano – a due anni e due mesi per occupazione aggravata, ordinando la restituzione dell’immobile allo Stato e il pagamento di un risarcimento milionario.
Il danno secondo la Corte dei Conti
La Corte dei Conti tempo fa ha stimato in oltre 4,6 milioni di euro il danno erariale prodotto dall’occupazione, puntando il dito contro la “pachidermica inerzia” di Demanio e MIUR. Anche un tentativo di compravendita tra Comune e Stato, sotto la giunta Alemanno, fu bloccato dalle polemiche sull’eccessiva vicinanza dell’ex sindaco all’organizzazione.
Matteo Piantedosi, che da prefetto di Roma aveva già segnalato CasaPound tra le occupazioni da sgomberare, ha ribadito l’intenzione di intervenire.
Il censimento richiesto dal ministro
Nei mesi scorsi aveva anche richiesto un censimento ufficiale dell’edificio, per accertare chi vi risiede e quale uso venga fatto degli spazi: una procedura ancora oggi mai avviata.
Il palazzo, intanto, resta occupato, con il pub aperto e il balcone usato per le abituali manifestazioni simboliche. Ma la promessa di Piantedosi – “arriverà anche il suo turno” – segna, almeno formalmente, una presa di posizione.

















