Sicurezza del mare a Ostia. Il bagnino: “Pattìni, pezzi da museo da affiancare a strumenti più moderni” (VIDEO)

Sicurezza del mare a Ostia, per Giuliano Torbidoni serve un tavolo comune per riscrivere norme che risalgono al secondo dopoguerra

Sicurezza del mare a Ostia. Se il 2024 è stata una delle stagioni in cui il numero di salvataggi è salito alle stelle per condizioni meteomarine spesso avverse, anche il 2025 non sembra essere da meno. Solo la prontezza di riflessi e l’esperienza dei marinai di salvataggio che sorvegliano gli arenili da ponente a levante hanno impedito che bagnanti catturati dal vento e dal gioco delle correnti annegassero di fronte alle spiagge del Lido di Roma.

Sicurezza del mare a Ostia, per Giuliano Torbidoni serve un tavolo comune per riscrivere norme che risalgono al secondo dopoguerra

Molti li chiamano marinai di salvataggio, ma il termine che li contraddistingue, in senso tecnico, è quello di ‘assistente bagnante’.  Ed è da uno di loro, in servizio da 25 anni, che arriva un invito a migliorare le norme che disciplinano la sicurezza delle decine di migliaia di persone abituate a riversarsi sulle spiagge del litorale romano.

Una buona parte di queste disposizioni –afferma Giuliano Torbidoni- sono state emanate nel secondo dopo guerra e quella, forse più eclatante, stabilisce l’obbligo, per le strutture balneari e gli arenili liberi di dotarsi dei pattini”.

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Giuliano Torbidoni, assistente bagnante in servizio da 25 anni sulle nostre spiagge

Non si tratta di demonizzare questo tipo di imbarcazioni molto pesanti e ormai desuete, ma di affiancarle con strumenti più moderni. Il pattìno è adatto a salvataggi effettuati quando il mare è calmo o poco mosso, ma quando si tratta di intervenire tra onde alte può addirittura essere controproducente”.

Mezzi da non demonizzare ma da affiancare con strumenti più moderni

La memoria di Giuliano corre allo scorso anno quando, per soccorrere un ragazzo trascinato oltre i 100/200 metri della zona di sicurezza da un “cavo di corrente”, uno dei suoi colleghi uscì da solo. Con il pattìno e in condizioni che avrebbero richiesto la presenza di almeno un’altra persona a bordo. Si tratta di un’imbarcazione difficile da far navigare, con remi lunghi quasi tre metri e difficilmente governabile nel momento in cui si recupera ‘il pericolante in difficoltà’, così come viene definita la persona esposta al rischio di affogare.

A nuoto ci gettammo in due e, montati a bordo, dopo aver recuperato il ragazzo, abbiamo avuto seri problemi a tornare indietro tanto che il collega che stava remando ci ha chiesto di sistemarci a prua per garantire stabilità ed evitare che il pattìno si ribaltasse”.

E questo senza considerare che, da un altro stabilimento, erano partiti altri tre marinai per aiutare cinque disgraziati che, pensando di collaborare al salvataggio, sono diventati a loro volta protagonisti di un’altra operazione di soccorso”.

Il pattìno poi se condotto da un solo marinaio diventa una spada di Damocle nel caso in cui la persona da recuperare fosse incosciente, perché dopo essersi tuffati per recuperarla il pattino può allontanarsi, spinto dalla marea e dalle correnti”.

Un tavolo comune tra le istituzioni per aggiornare le norme in vigore

Eppure, se la normativa predisposta dalla Capitaneria di Porto venisse adeguatamente aggiornata, le soluzioni che potrebbero migliorare l’efficacia delle misure di sicurezza sono già a portata di mano e a costi sostenibili.

Molti pensano al modello di ‘baywatch’ tipico delle coste californiane, oppure di quelle australiane dove i bagnini sono paramedici o vigili del fuoco abilitati anche ad trattare punture pericolose di serpenti marini, oltre che a fronteggiare la presenza di squali e altri pericoli a pochi metri dalla riva.

Ma anche imporre alle strutture balneari o ai chioschi che gestiscono le spiagge pubbliche di dotarsi di moto d’acqua del costo di 25/30mila euro ciascuna sarebbe un’inutile dispendio di risorse, anche perché questi mezzi, muniti di un barellino posteriore su cui posizionare il malcapitato, richiedono la presenza di almeno due operanti a bordo: quello alla guida del mezzo e l’altro che issa a bordo colui che viene soccorso.

Tavole di salvataggio, non sono necessarie le costosissime moto d’acqua

Nel rispetto delle competenze della Guardia costiera che svolge un utilissimo ed encomiabile lavoro negli interventi di emergenza in alto mare -prosegue l’assistente bagnante- le istituzioni competenti e i rappresentanti degli stabilimenti dovrebbero formare un tavolo comune per riscrivere alcune norme e introdurre, per esempio, la facoltà, ma sarebbe meglio l’obbligo, di fornirsi di una normale tavola di salvataggio fatta di spugna pressata a bordo della quale il bagnino può remare con un paio di pagaie”.

Il marinaio di salvataggio, in posizione seduta o prona, come fanno i surfisti prima di cavalcare l’onda, potrebbe così raggiungere, oltre che da solo anche molto più velocemente rispetto a un pattìno, chi necessita di aiuto e quindi sistemarlo a bordo”.

Se si trattasse di una persona cosciente il ‘pericolante’ recuperato potrebbe anche aiutare il soccorritore a remare per riguadagnare l’arenile. Parliamo di tavole che hanno un costo compreso tra 600 e 1000 euro ma che, con un accordo di categoria, potrebbero essere acquistate a prezzi ancora più convenienti”.

Una simulazione molto realistica del funzionamento di questo tipo di natanti è disponibile nel link allegato in apertura al presente articolo.

Ma tra le dotazioni individuali che potrebbero essere oggetto di revisioni, perché inutili o sorpassate, ce ne sono anche altre.

Il caso dei rulli di salvataggio

Tra queste ultime c’è il ‘rullo di salvataggio’ un salvagente dotato di un cavo galleggiante ancorato a riva e a cui l’assistente si imbraga per raggiungere, legato a terra, la persona in difficoltà.

Anche in questo caso è, tuttavia, indispensabile la presenza di un collaboratore che, dall’arenile eviti uno dei pericoli maggiori, e cioè quello che la sagola si attorcigli intorno ai piedi del soccorritore impedendogli di nuotare.

“E’ un altro pezzo da museo -chiosa Guglielmo Torbidoni- che non ho mai usato in tutta la mia carriera. Per non parlare dei catarifrangenti che è obbligatorio posizionare sul pattìno o sui pali rossi che delimitano le concessioni e non devono mai essere abrasi o rovinati, pena l’applicazione di pesanti sanzioni. Dispositivi che hanno indotto un mio collega a ironizzare obbiettando che lui, in effetti, non ha mai fatto salvataggi di notte”.

Per non parlare delle ciambelle di salvataggio che, con il tempo, hanno sostituito quelle di vecchio stampo in polistirolo bianco ma rendendo, paradossalmente, tutto più complicato perché sono attrezzi pesantissimi, capaci sì di sostenere una persona di 100 chili, ma che, quando vengono lanciati al ‘pericolante’ richiedono molta attenzione proprio per via del loro peso senza considerare che, se ci si trova a pelo d’acqua, non sono neppure utilizzabili”.

Cambiare le norme obsolete

Un tavolo tecnico attorno al quale sedersi per valutare una modifica delle disposizioni più anacronistiche potrebbe anche rivalutare un obbligo che, violato, comporta oggi l’applicazione di una multa di 1300 euro.

Una sanzione suscettibile di vanificare gli sforzi fatti dal bagnino in un’intera stagione balneare di lavoro e scatta nei confronti degli assistenti bagnanti che, in servizio, non indossino la maglietta rossa con la scritta bianca ‘salvataggio’.

Anche qui -aggiunge Torbidoni- ci sono altre soluzioni per rendere visibile la presenza del marinaio sulla spiaggia. Mi vengono in mente pantaloncini leggeri, magliette di microfibra, un cappellino per evitare che il bagnino soffochi di caldo ma anche il rischio che, quando scatta un’emergenza, nell’adrenalina della corsa verso l’acqua, si immerga con indumenti inzuppati che poi ne ostacolano le bracciate”.

L’occasione per ripensare e rendere più attuali anche le metodiche di insegnamento non mancano, a iniziare dall’obbligo imposto dalla Federazione Italina Nuoto (Fin), per tutti i bagnini, di partecipare a corsi di riqualificazione dei propri brevetti: “ne dovrò frequentare uno anche io nel 2027 dopo tanti anni di lavoro. Ma sarebbe più opportuno farne anche di più, allo scopo di trasferire ai più giovani regole di esperienza che si apprendono sul campo più che sulle dispense, come quelle di non avvicinarsi mai a più di un metro e mezzo dalla persona in difficoltà, per tranquillizzarla senza correre il rischio di annegare in due”.

La mancanza di rispetto per chi rende il mare più sicuro

Un’educazione al rispetto del mare e di chi ci protegge dai suoi pericoli che è sembrata mancare del tutto da parte di quei bagnanti che, quest’anno a Capo Palinuro e un po’ più di tempo fa a Terracina, hanno aggredito e addirittura picchiato i bagnini che avevano ‘osato’ di sgridare i propri figli dopo averli salvati dall’annegamento.

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