Tre militanti di CasaPound, tra cui il portavoce nazionale del movimento neofascista Luca Marsella, andranno a giudizio per l’aggressione ai danni del giornalista Alessandro Sahebi. La Procura ha disposto il decreto di citazione diretta in giudizio con l’accusa di concorso in lesioni: secondo gli acquirenti, il raid scattato nel quartiere Esquilino a Roma ha chiare radici politiche.
Il giornalista colpito al volto davanti al figlio di sei mesi per una felpa antifascista. L’accusa è di concorso in lesioni con matrice politica. L’appello a Piantedosi
I fatti risalgono allo scorso ottobre, quando Sahebi si trovava nei pressi del Teatro Brancaccio insieme alla moglie e al figlio di soli sei mesi. La colpa del cronista, secondo la ricostruzione, sarebbe stata quella di indossare una felpa con simboli antifascisti.
A rendere nota la svolta giudiziaria è stato lo stesso giornalista attraverso un post sul proprio profilo Instagram, nel quale ha ricostruito i momenti di tensione vissuti con la famiglia: «”Fagli togliere la felpa, sennò son ca**i“. Con queste parole un soggetto aveva minacciato mia moglie Francesca mentre teneva in braccio nostro figlio. Pochi secondi prima mi aveva colpito violentemente al volto».

La ricostruzione
Secondo quanto emerso dalle indagini, l’autore materiale dell’aggressione sarebbe proprio Luca Marsella, noto anche per essere a capo del comitato promotore della raccolta firme sulla cosiddetta «Remigrazione».
Nel suo intervento social, Sahebi ha sottolineato come l’episodio porti alla luce un clima di intimidazione diffuso nel quartiere: «Il mio è un caso fortunato, perché ho potuto fare un video e perché la vicenda ha avuto un’eco mediatica. Ma chi abita a Roma, e soprattutto chi vive all’Esquilino, sa quanto questo modo di agire stia diventando una vergognosa normalità».
Il giornalista ha infine rivolto un appello diretto al Ministero dell’Interno e alle istituzioni, Piantedosi, chiedendo interventi concreti sul presidio del movimento di estrema destra nella capitale: «La sede di CasaPound a Roma andrebbe chiusa perché è l’avamposto quasi militare di un organismo politico che fa della violenza il proprio principale canale di azione.
Ministro Piantedosi, lei ha il compito di garantire la sicurezza nazionale e la tutela delle libertà civili: per quanto tempo i cittadini dovranno avere paura a camminare in certe zone della Capitale? Quanto tempo è ancora necessario per procedere allo sgombero della struttura?».




















