Riparte il processo per l’omicidio di Fregene. Domani, giovedì 17 settembre, nell’Aula Bunker del carcere di Rebibbia la Terza Sezione della Corte d’Assise sentirà i medici legali d’ufficio e di parte che hanno effettuato i rilievi autoptici sul cadavere di Stefania Camboni.
Riparte il processo dell’omicidio di Fregene, la parte civile chiederà di inasprire le circostanze aggravanti contestate all’imputata
La donna, 58 anni, venne assassinata la notte del 15 maggio del 2025, da Giada Crescenzi, unica imputata nel giudizio con rito immediato che si sta svolgendo a suo carico per omicidio pluriaggravato dalla premeditazione.
L’aggravante della crudeltà
La famiglia della vittima, difesa dall’avocato Massimiliano Gabrielli, punta ad ampliare il ventaglio delle circostanze aggravanti per ottenere la pena dell’ergastolo nei confronti della 33enne che ha ammesso, di fronte all’evidenza delle prove, di aver ucciso ma sostiene di non ricordare nulla dei tragici momenti in cui Stefania perse la vita, raggiunta da 34 coltellate.
Ed è proprio sulla ricostruzione di quegli ultimi drammatici istanti che si è appuntata l’attenzione del legale di parte lesa.
“Oltre alla premeditazione, c’è senz’altro stato un accanimento sul corpo della vittima -dice l’avvocato Gabrielli- domani i consulenti del pm e il nostro consulente, dottor Saliva, che hanno seguito l’autopsia spiegheranno natura e caratteristiche delle ferite inferte anche dopo la cessazione delle funzioni di vitalità”.
Lesioni post mortem, dunque, del tutto superflue ai fini della soppressione della 58enne nel villino situato in via Santa Teresa di Gallura, ma significative delle reali intenzioni con cui l’imputata l’avrebbe colpita.
I futili motivi
“Un conto è dare 20-30 coltellate in seguito ad una lite e sulla spinta della furia omicida incontrollabile ben altro è ciò che il cadavere ci dice. E cioè che Crescenzi ha colpito, non solo per uccidere, ma anche per far soffrire la vittima accanendosi sul suo corpo con l’aggravante della crudeltà. La fredda premeditazione -rimarca l’avvocato- è anche il risultato di una scelta efferata che non ha alcun presupposto in eventuali provocazioni o reazioni da parte della povera Stefania. Alla fine dalle deposizioni in Aula tutto quello che è uscito è qualche dissidio per la gestione del cibo in frigorifero e la colpa della vittima di aver mangiato un pezzo di pizza e tenuto alto il volume del telefonino sulle serie tv”.
“Per questo, oltre alla aggravante della crudeltà chiediamo che venga contestata dal pm anche la aggravante dei futili motivi”.
I fotogrammi della scena del delitto
A descrivere i momenti in cui venne scoperto il cadavere della mamma da Francesco Violoni, temporaneamente ospite di quella casa insieme alla fidanzata Giada Crescenzi, era stato proprio il figlio.
I frammenti del racconto erano stati a tratti surreali. La 58enne giaceva avvolta da un piumone ai piedi del letto, ma Francesco tornato a casa solo la mattina presto di quel drammatico giorno, non aveva notato il sangue di cui era intriso il materasso e aveva solo sfiorato due volte un lembo di pelle bianco che spuntava oltre quella coperta. A quel punto l’uomo si diresse verso la stazione carabinieri insieme alla 33enne che venne fermata dall’autorità giudiziaria poche ore dopo stanti i gravi indizi raccolti a suo carico.
Le mosse della difesa
Di segno completamente opposto è la strategia processuale della difesa che punta a ricostruire il quadro personologico di Giada affinché, sottolinea l’avvocata, Anna Maria Anselmi affiancata da Maria Grazia Cappelli, “la scienza ci dica con esattezza cosa è accaduto nella sua mente. E in modo tale che a, prescindere dal riconoscimento di un’eventuale incapacità, totale o parziale, di intendere o di volere, Giada possa scontare una pena giusta e adeguata per ciò che ha commesso”.
La 31enne rischia infatti la pena dell’ergastolo se verrà dimostrato, come sostiene la pubblica accusa, che ha agito con premeditazione, approfittando della minorata difesa della vittima uccisa nel sonno oltre che dell’abuso di relazioni domestiche e del vincolo dell’ospitalità.
“Parliamo di una ragazza con un passato difficile, bullizzata da giovane, che ha subito un intervento per risolvere il problema della grave forma di bulimia di cui ha sofferto ma che viveva costantemente sotto la pressione di grandi stati d’ansia e di stress correlati a un quadro psicopatologico alterato”, puntualizza ancora Anselmi.
Un quadro che, se ritenuto plausibile dalla Corte, farebbe venire meno le aggravanti contestate facendo prevalere le circostanze attenuanti ai fini di una forte riduzione della pena.
Un caso Franzoni?
A questo punto sorge spontanea una domanda, cioè se Giada, travolta come Anna Maria Franzoni da una totale amnesia delle fasi in cui ha ucciso, abbia elaborato la gravità di ciò che ha commesso e se provi sensi di colpa per aver ucciso una persona praticamente indifesa.
“Prova un senso di colpa ma attenuato dal fatto di non ricordare quei momenti. Nel contesto della psichiatria forense sta trovando sempre più spesso riconoscimento una condizione di totale annullamento molto simile, per fare un esempio, a quello dei genitori che dimenticano i loro figli in macchina sotto il sole e che li lasciano morire rendendosene conto solo dopo”.
Violoni era stato inizialmente coinvolto nel processo come indagato, poiché accusato da Giada di essere stato lui a uccidere la madre e di averla poi costretta al silenzio sotto minaccia, e poi come parte offesa una volta scagionato da ogni responsabilità.
Tra i testi indicati dal pubblico ministero c’è anche la mamma di Giada che abusava di psicofarmaci, addirittura falsificando le ricette, che utilizzava per procurarseli senza alcuna prescrizione da parte del medico curante.
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