Dopo la cocciniglia è un’altra forma di incuria a condannare i pini appena piantati a Castel Fusano

Dopo l’azione devastante del parassita i giovani pini messi a dimora a Castel Fusano rischiano di sparire a causa di un'altra forma di abbandono

Immagine tratta da Fb.

Dopo l’azione devastante, durata anni, sugli esemplari dei pini risparmiati dal grande incendio del 2000, ma poi uccisi dalla cocciniglia tartaruga, è un’altra forma di incuria a condannare adesso gli esemplari più giovani della pineta di Castel Fusano. Esemplari piantumati per rigenerare l’area boschiva della Riserva Naturale Statale del Litorale Romano azzerata dalle fiamme.

Dopo l’azione devastante del parassita i giovani pini messi a dimora a Castel Fusano rischiano di sparire a causa di un’altra forma di abbandono

Centinaia di piante dal grande ombrello sono state condannate, in questi anni dalla cocciniglia tartaruga (Toumeyella parvicornis), anche per il tardivo ricorso all’endoterapia, unico metodo peraltro a basso costo in grado di fermare la diffusione del micidiale parassita.

Il pino morto sotto la Torre dei Tumuleti

Adesso a pagare il prezzo della noncuranza e del disinteresse da parte delle istituzioni competenti sono i pini più giovani, uno dei quali collocato con tanto di traliccio di sostegno a pochi passi dalla Torre dei Tumuleti in viale della Villa di Plinio e alla sommità della quale sono collocate le telecamere di controllo e prevenzione degli incendi boschivi.

Telecamere che, si fa per dire, non inquadrano altro che non emetta fumo o segnali della presenza di un focolaio su cui intervenire con i mezzi della protezione civile parcheggiati in un deposito poco distante.

L’immagine di questo pino giovane e già ucciso dal caldo asfissiante di questi giorni fa pendant con lo scheletro di uno di quelli uccisi dalla cocciniglia e che ancora svetta sulla boscaglia sottostante.

Perché un giovane pino può morire di sete

Un pino appena piantato sembra forte e robusto, ma in realtà si trova in una fase di estrema vulnerabilità. Anche se i pini adulti sono famosi per la loro resistenza alla siccità, i giovani esemplari appena messi a dimora possono morire per mancanza d’acqua molto facilmente perché vittime di una disidratazione che spesso agisce nell’ombra.

Il problema principale risiede sottoterra. Quando la pianta viene estratta dal vaso o zollata in vivaio, può subire un drammatico “shock da trapianto”: i microscopici peli radicali – le uniche strutture in grado di assorbire l’acqua – si spezzano. Senza questi capillari invisibili, la pianta perde la capacità fisica di idratarsi, anche di fronte a un terreno abbondantemente bagnato.

Radici che non riescono a bere

Mentre le radici non riescono più a “bere”, la chioma continua a traspirare acqua attraverso gli aghi per termo regolarizzarsi. Questo deficit idrico interno prosciuga l’albero dall’interno.

Inoltre, a differenza dei pini cresciuti in natura -capaci di spingere le radici a grande profondità alla ricerca di falde idriche- i giovani esemplari esplorano soltanto i pochi centimetri della zolla originale, uno strato di terra che il sole e il vento possono seccare in pochissimo tempo.

La vera insidia del pino è però la sua natura ingannevole. Gli aghi mantengono la colorazione verde anche per settimane dopo che la pianta è già clinicamente morta; quando virano verso il grigio o il marrone, il collasso è avvenuto ormai da tempo.

Irrigazioni frequenti e profonde

Per salvaguardare il verde urbano gli esperti raccomandano poche ma fondamentali regole: irrigazioni profonde e diradate (2-3 volte a settimana) anziché bagnature superficiali quotidiane. E’evidente che nel caso in questione dopo la messa a dimora il povero esemplare deve essere stato abbandonato al suo destino.

Per non parlare della totale assenza di una generosa pacciamatura di corteccia alla base per trattenere l’umidità e assicurarsi che la pianta superi quella delicata fase della sua giovane esistenza.