La bomba sotto casa di Ranucci e il “regalo di Pasqua”

Le intercettazioni dei quattro arrestati: dalle vanterie sul blitz al piano di fuga all'estero finanziato dai complici. Spunta una mail anonima: "I Moccia non c'entrano, ha agito per conto terzi"

L’ordine di piazzare la bomba contro il giornalista Sigfrido Ranucci era chiaro: colpire e poi rivendicare una finta pista albanese legata alla droga in caso di arresto. In cambio, soldi continui su una carta ricaricabile e una latitanza dorata all’estero.

Le intercettazioni dei quattro arrestati: dalle vanterie sul blitz al piano di fuga all’estero finanziato dai complici. Spunta una mail anonima: “I Moccia non c’entrano, ha agito per conto terzi”

Dove vuoi tu! In Austria? In Spagna? Milano? In Francia?“, dicevano. Ma sopra ogni cosa c’era la spavalderia, la voglia di autocelebrarsi per aver firmato un attentato eclatante. “Facciamo la storia!“, esclamava tronfio Antonio Passariello, ignaro che i carabinieri del Nucleo investigativo di Roma e di Frascati stessero registrando ogni singola parola

Le intercettazioni sono il cuore pulsante dell’inchiesta della Dda di Roma, coordinata dal pm Carlo Villani, che ieri ha portato all’arresto di tre uomini e una donna originari di Avellino.

La bomba sotto casa di Ranucci e il "regalo di Pasqua" 1

Sono accusati di detenzione, porto e uso di ordigno esplosivo, minaccia e danneggiamento, con l’aggravante del metodo mafioso, per la bomba alla “gelatina da cava” fatta esplodere lo scorso 16 ottobre sotto la villetta di Torvaianica di Sigfrido Ranucci, giornalista Rai e conduttore di Report. Un attentato eseguito da cinque persone, ma commissionato da un regista che per ora resta nell’ombra.

“A me mi pagano, io regali non ne faccio”

A tradire il gruppo è stata la vanità di Antonio Passariello, un passato criminale iniziato nel 1993 e una totale indifferenza per le conseguenze penali. È lui a confessare la paternità del blitz il 2 giugno scorso: “La bomba sono andato a mettere là… Mi contattò uno… lo sai com’è… quando vai a Roma e ti fai una bella romana!“. Un’azione compiuta non per questioni personali, ma su commissione.

Già a marzo, infatti, Passariello metteva in chiaro le cose con un altro indagato, Luca Amato (attualmente a piede libero): “No un regalo, a me mi pagano, hai capito? Io i regali non li faccio… Una mano lava l’altra e due lavano la faccia“.

Dal canto suo, Amato si smarcava dal posizionamento materiale dell’ordigno («Qua veramente o boom boom facemmo… ma io non c’ero, dovevo andare ma non andai»), ma dimostrava di sapere tutto, persino i dettagli sui sopralluoghi: “Non è vero che volevano colpire la figlia di Ranucci, perché lo zio stava là da 2-3 ore“.

Il piano di fuga e la finta pista albanese

Nelle carte dell’ordinanza firmata dal gip Iole Moricca (che ha escluso il reato di strage, non ravvisando la volontà di uccidere o di mettere in pericolo l’incolumità pubblica), emerge anche il piano di copertura studiato dai complici.

Il 10 aprile, Pellegrino D’Avino – finito in carcere insieme al padre Passariello e a Saverio Mutone – spiega alla fidanzata Marika De Filippis (ora ai domiciliari) le istruzioni ricevute dall’alto. Se lo avessero preso, avrebbe dovuto recitare un copione: dire che la bomba gliel’aveva data un albanese incrociato a Ostia per affari di droga, che lo aveva pagato 3.000 euro e che lui non sapeva nemmeno chi fosse l’obiettivo.

In cambio del silenzio, il misterioso mandante garantiva il sostentamento: “Ti do fino all’ultimo centesimo… Ti danno la carta da ricaricare, ti danno i soldi e ti vai a divertire dove dici tu… 10-15 giorni… e poi tornate“.

Una proposta che però non convinceva del tutto Mutone, scettico sulla reale assistenza legale in caso di cattura: «Hanno cercato di corromperci, tipo: “Vuoi andare in Spagna? Ti mandiamo pure 200 euro al giorno”. Poi torni qua e se succede una cosa quelli là non ti pagano gli avvocati”.

Il giallo del “Regalo di Pasqua”: la mail anonima che smentisce la camorra

A complicare lo scenario c’è una misteriosa mail anonima arrivata il 6 aprile scorso direttamente al pm Villani.

L’oggetto è criptico: “Regalo di Pasqua”. All’interno, un presunto affiliato al clan Moccia di Afragola prende nettamente le distanze dall’attentato a Ranucci, scaricando gli esecutori: “Vi do una mano a prendere quel deficiente, ha fatto quel casino fuori casa di Ranucci. Non sto scherzando… lavora per gli amici di Nola e se ce lo avesse detto NON glielo avremmo mai permesso perché Ranucci a noi NON ci ha fatto niente e questi sono guai che NON vogliamo“.

Secondo l’anonimo, il gruppo si sarebbe vantato ingiustamente di aver agito per conto dei Moccia. Una dissociazione che spinge ora gli inquirenti a muoversi nel labirinto della criminalità organizzata campana per dare un nome e un volto ai veri mandanti del raid contro il giornalista.