Inchiesta ‘Talpa’ a Roma e mazzette in Procura: sentenza di condanna in Appello nel caso Marianera-De Vivo

Prosegue l’inchiesta 'Talpa" sul funzionario infedele dell’ufficio intercettazioni: mentre si attende l’Appello per Camilla Marianera, la difesa annuncia il ricorso in Cassazione per De Vivo

Camilla Marianera

La Terza sezione della Corte d’Appello di Roma ha emesso una sentenza di conferma per la condanna a cinque anni di reclusione nei confronti di Jacopo De Vivo. L’imputato, giudicato con il rito abbreviato, era stato coinvolto in una complessa indagine relativa alla compravendita di informazioni coperte dal segreto istruttorio all’interno del Tribunale di Roma.

Prosegue l’inchiesta ‘Talpa” sul funzionario infedele dell’ufficio intercettazioni: mentre si attende l’Appello per Camilla Marianera, la difesa annuncia il ricorso in Cassazione per De Vivo

L’intera vicenda ha avuto inizio nel febbraio 2023, quando i Carabinieri del Nucleo Investigativo hanno eseguito un’ordinanza di custodia cautelare nei confronti di Jacopo De Vivo, classe 1992, e della sua compagna, Camilla Marianera, una praticante avvocato di 27 anni. L’indagine è nata come un filone parallelo di una più ampia inchiesta sul traffico di stupefacenti.

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Attraverso intercettazioni ambientali effettuate nel settembre 2022, gli inquirenti hanno documentato conversazioni in cui la coppia proponeva a soggetti terzi la possibilità di verificare la presenza di indagini a loro carico. Marianera, che all’epoca collaborava brevemente con l’assessorato alle Attività Produttive del Comune di Roma (incarico rescisso immediatamente dopo l’arresto), avrebbe millantato contatti diretti con il personale addetto alle intercettazioni di Piazzale Clodio.

Il protocollo criminale e la vendita dei segreti

Secondo quanto ricostruito dai pubblici ministeri Giulia Guccione e Francesco Cascini, tra il 2021 e il dicembre 2023 i due avrebbero messo a punto un vero e proprio “protocollo criminale“. Il sistema prevedeva una divisione dei ruoli precisa: De Vivo si occupava di individuare e gestire i contatti con i “clienti” interessati, principalmente figure legate al mondo degli ultrà e dello spaccio di droga, mentre Marianera fungeva da interfaccia con la Procura.

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In cambio di somme di denaro, generalmente quantificabili in circa 300 euro per ogni richiesta, i due avrebbero fornito informazioni sulla presenza di microspie nelle abitazioni, localizzatori GPS installati sotto le autovetture, pedinamenti in corso (OCP) o l’attivazione di virus informatici “trojan” sui telefoni cellulari.

La figura della talpa e il tariffario della corruzione

Un elemento centrale e ancora parzialmente oscuro dell’inchiesta riguarda l’identità del pubblico ufficiale corrotto. Le indagini hanno evidenziato che la coppia avrebbe erogato utilità economiche a un soggetto, allo stato ancora non identificato, operante all’interno degli uffici giudiziari di Roma e specificamente addetto all’ufficio intercettazioni.

Il “funzionario infedele” avrebbe ricevuto circa 200 euro per ogni controllo effettuato sui database segreti, mentre De Vivo e Marianera intascavano una differenza variabile tra i 100 e i 300 euro come compenso per la loro intermediazione. Il GIP Gaspare Sturzo ha definito tale modello come “sistemico”, evidenziando come la coppia avesse creato un canale di collegamento stabile e remunerativo per aggirare la segretezza delle indagini.

Le prove raccolte dalle intercettazioni

Le prove a carico degli imputati derivano in gran parte da conversazioni registrate in cui Marianera descriveva con dovizia di particolari il funzionamento degli uffici giudiziari. In un incontro con un uomo indagato per droga, la praticante spiegava come il suo contatto in Procura fosse in grado di verificare in tempo reale i nomi sui terminali.

Le sue parole descrivevano scene quotidiane di uffici dove gli operatori lavorano con le cuffie, confermando la sua presunta familiarità con l’ambiente delle intercettazioni. La donna aveva inoltre ammesso di aver effettuato verifiche anche sulla posizione giudiziaria di suo padre.

Il percorso processuale e le decisioni dei giudici

Il procedimento si è diviso in due tronconi principali a causa della scelta del rito. Jacopo De Vivo ha optato per il rito abbreviato, venendo condannato in primo grado a cinque anni, sentenza ora confermata integralmente in Appello.

Camilla Marianera è stata invece giudicata con il rito ordinario, subendo una condanna a sei anni in primo grado. Per lei, il processo di secondo grado è attualmente fissato per il mese di giugno. Nonostante la conferma della condanna, De Vivo era tornato in libertà dopo la sentenza di primo grado su istanza della stessa procura, in attesa del passaggio in giudicato della sentenza.

Posizioni della difesa e sviluppi futuri

Subito dopo la lettura del dispositivo della Terza sezione della Corte d’Appello, i legali di Jacopo De Vivo hanno espresso il loro totale disaccordo con la decisione dei magistrati, annunciando il ricorso presso la Corte di Cassazione.

La difesa ha sottolineato criticamente le tempistiche della sentenza, emessa a quattro mesi di distanza dalla discussione in aula. Resta inoltre aperto il fronte investigativo volto all’individuazione fisica della “talpa”: nonostante gli accessi informatici e i controlli incrociati negli uffici di Piazzale Clodio, l’identità del dipendente che materialmente estrapolava i dati secretati, rimane uno degli obiettivi primari degli inquirenti per chiudere definitivamente il cerchio su una delle falle più gravi nel sistema di sicurezza della magistratura romana.