Un duro colpo al narcotraffico romano è stato sferrato all’alba di oggi dalla Direzione Investigativa Antimafia. Su disposizione della DDA della Procura di Roma, gli agenti hanno dato esecuzione a un’ordinanza di custodia cautelare nei confronti di sette persone, accusate a vario titolo di associazione finalizzata al traffico di sostanze stupefacenti. Il dato più inquietante dell’indagine riguarda il presunto coinvolgimento diretto di poliziotti in servizio, che avrebbero utilizzato la loro divisa per favorire gli interessi criminali di un noto clan criminale operante nel quartiere Tufello.
Le indagini della Procura su presunto patto criminale tra pusher e poliziotti: ecco come gli infedeli avrebbero favorito i clan della zona Tufello
L’inchiesta ha preso il via nel 2024, coordinata dal Centro Operativo DIA di Roma. Gli investigatori hanno iniziato a monitorare i movimenti sospetti attorno alla figura di P.G., elemento di spicco nel panorama dello spaccio locale. Attraverso intercettazioni e pedinamenti, è emerso un quadro corruttivo sistematico: l’organizzazione non si limitava a gestire i propri flussi di droga, ma godeva di una protezione privilegiata e di un supporto logistico fornito da apparati dello Stato deviati.
Il sistema dei sequestri parziali
Il meccanismo criminale era tanto semplice quanto efficace. Il clan criminale del Tufello, avrebbe fornito “soffiate” ai poliziotti corrotti riguardo agli spostamenti di corrieri appartenenti a bande rivali.
Il loro ruolo a quel punto, sarebbe stato quello di intervenire, effettuando perquisizioni e arresti ufficiali, ma dichiarando solo una parte della sostanza stupefacente rinvenuta. Il quantitativo “tagliato” dai verbali non finiva negli uffici giudiziari, ma veniva consegnato ai soci criminali in cambio di ingenti somme di denaro, alimentando così una doppia economia illecita.
Accessi abusivi e rivelazione di segreti
Oltre al traffico di droga, le accuse evidenziano una grave violazione della sicurezza informatica. I poliziotti coinvolti avrebbero consultato abusivamente il sistema Sdi (il database delle forze dell’ordine) per acquisire informazioni riservate su indagini in corso, targhe di auto civetta e precedenti penali di soggetti d’interesse per il clan.
Queste notizie d’ufficio poi, sarebbero state puntualmente rivelate ai vertici dell’associazione criminale, permettendo al gruppo di muoversi con estrema cautela e di neutralizzare i tentativi di infiltrazione delle autorità .
La rete dei complici al Tufello
Il quartiere Tufello si conferma uno degli snodi caldi per lo smercio nella Capitale. In questo contesto, i poliziotti indagati avrebbero agito come veri e propri consulenti del crimine, garantendo che i flussi di rifornimento non si interrompessero mai. Il ruolo di P.G. era centrale nel coordinare le richieste verso i pubblici ufficiali, trasformando l’apparato repressivo in uno strumento di “pulizia del mercato” dai concorrenti scomodi, consolidando così il monopolio del gruppo sul territorio.
L’intervento delle forze dell’ordine
L’operazione odierna ha visto una stretta collaborazione tra diverse anime dello Stato per ripulire i propri ranghi. La DIA si è avvalsa del supporto logistico della Questura di Roma, dei Carabinieri e della Guardia di Finanza.
I sette indagati restano ora a disposizione dell’autorità giudiziaria, mentre le indagini proseguono per accertare se altri poliziotti o funzionari possano aver agevolato questa rete criminale che, per mesi, ha operato sotto il paravento della legalità ufficiale. Vige la presunzione di innocenza fino a sentenza definitiva.


















