Ritorno in tribunale, stavolta come vittime, per i Ciontoli. Non hanno perdonato le minacce rivolte loro da una hater romana che li aveva coperti di insulti in seguito alla drammatica morte di Marco Vannini. L’8 ottobre la famiglia Ciontoli – padre e due figli – dovranno presentarsi a piazzale Clodio come parte civili. Il giudice ha preferito disporne l’accompagnamento al posto del video collegamento.
I Ciontoli denunciano un’hater per minacce sui social. Saranno scortati in tribunale per essere sentiti come vittime
L’imputata, una 43enne romana, addetta alle pulizie. Dovrà rispondere dell’accusa di diffamazione aggravata e minacce ai danni della famiglia Ciontoli.
I Ciontoli denunciano un’hater per minacce sui social. Saranno scortati in tribunale per essere sentiti come vittime
Un caso che presenta contorni inediti e paradossali: i Ciontoli, da imputati e condannati per uno degli omicidi più discussi dell’ultimo decennio, diventano così “parti offese” in un nuovo procedimento penale.
I fatti
A presentare querela nel 2020 furono proprio i membri della famiglia Ciontoli, colpiti da una serie di insulti e minacce ricevuti sui social da parte della donna, che si era lasciata andare a espressioni pesanti nei loro confronti in alcuni video pubblicati su Facebook, ancora prima della condanna definitiva da parte della Cassazione.
Le frasi incriminate non lasciano spazio a interpretazioni: “Te voglio incontrà per strada Martina Ciontoli e acciaccà con la macchina, arrivi dopo mezz’ora al pronto soccorso”, oppure “A te vojo dà na bomba in faccia, magari t’acciacca un autobus”, rivolto a Federico Ciontoli, e ancora: “Corrotto, magari te scoppia er core”, indirizzato ad Antonio Ciontoli. C’era spazio anche per Viola Giorgini, fidanzata di Federico e unica prosciolta tra i presenti in casa quella sera.
I Ciontoli in aula, per la prima volta da vittime
Su disposizione del giudice, l’8 ottobre Antonio e Federico Ciontoli dovranno comparire a piazzale Clodio come parti offese, accompagnati dalla scorta. Con loro anche Martina Ciontoli, attualmente in regime di semilibertà.
È la prima volta che la famiglia si presenta in un’aula di tribunale non come imputata, ma nel ruolo inedito di vittima, a distanza di oltre dieci anni dalla morte di Marco Vannini, il giovane di Cerveteri ucciso con un colpo di pistola la notte tra il 17 e il 18 maggio 2015 nella villetta di Ladispoli.
Ad attribuirsi la paternità di quello sparò fu il capofamiglia, sottufficiale con un ruolo nei servizi segreti Antonio, condannato a 14 anni di carcere dalla Cassazione per omicidio volontario con dolo eventuale. Pena di 9 anni e 4 mesi per concorso anomalo in omicidio volontario anche per la moglie, Maria Pezzillo e i figli, Federico e Martina, quest’ultima la ex fidanzata di Marco Vannini.
Un ribaltamento di ruoli che ha un peso simbolico e giuridico rilevante: i protagonisti di uno dei casi più controversi della cronaca giudiziaria italiana chiedono ora giustizia contro un’hater, accusata di averli minacciati e diffamati pubblicamente.
La difesa dell’imputata
La donna sarà difesa dagli avvocati Pietro e Gian Maria Nicotera, che intendono dimostrare che si è trattato di uno “sfogo” emotivo, nato dalla rabbia del momento dopo la messa in onda di un programma televisivo, Le jene, dedicato al caso Vannini. “L’Italia intera si era rivoltata contro. E nella nostra assistita non c’è mai stata una reale intenzione intimidatoria”, ha dichiarato l’avvocato Gian Maria Nicotera. L’imputata, incensurata, è la prima volta che entra in un’aula di giustizia.
Secondo i legali, anche la richiesta della famiglia Ciontoli di tenere l’udienza a porte chiuse sarebbe stata rigettata, rendendo pubblica una vicenda già carica di tensione emotiva.
Da ‘carnefici’ a parte lesa
La querela che ha portato al processo risale a una serie di post pubblicati tra il 21 e il 26 febbraio 2019, quando la famiglia Ciontoli non era ancora stata condannata in via definitiva. Tuttavia, l’onda emotiva generata dal caso — e il clamore mediatico — avevano già trasformato i protagonisti in bersagli online.
Ora però la giustizia inverte i ruoli: chi era stato accusato di aver lasciato morire Marco Vannini chiede tutela contro gli eccessi dell’odio social. La configurazione del reato sembra esserci, spetterà al giudice monocratico tener conto del contesto.


















