Si torna a parlare della Palestra della Legalità di Ostia, il noto presidio sociale e sportivo nato nell’area del porto turistico. Questa volta, però, al centro della scena non ci sono i tagli del nastro, ma un corposo dossier amministrativo e contabile trasmesso alla Procura regionale della Corte dei Conti proprio dall’associazione LabUr. L’obiettivo dell’esposto è fare chiarezza sulla complessa architettura economica che ha accompagnato la struttura dalla sua nascita a oggi.
Un dossier amministrativo e contabile firmato da LabUr accende i riflettori sulla Palestra della Legalità di via dell’Idroscalo, tra vecchi contratti d’affitto, degrado e gestione dei fondi pubblici
A riaccendere i riflettori sulla palazzina di via dell’Idroscalo sono state, in particolare, le immagini portate alla luce da LabUr: un video che mostra una realtà inquietante. Davanti ai gradini dell’ingresso non c’è solo il via vai dei frequentatori, ma una persona distesa a terra, circondata da valigie, coperte, cartoni ed effetti personali che raccontano una condizione di degrado urbano. All’interno, l’inchiesta di LabUr documenta criticità strutturali, tra problemi di manutenzione e infiltrazioni d’acqua.
Un pugno nell’occhio per quello che viene definito il simbolo regionale dell’antimafia sul litorale. Per comprendere la situazione, l’inchiesta di LabUr ripercorre la catena dei controlli, dei soggetti gestori e dei flussi di denaro pubblico che hanno interessato la cura del bene nel corso degli anni.
Dai sequestri ai tagli del nastro: i nodi del passato
La vicenda della palestra affonda le radici in un complesso iter giudiziario e patrimoniale, meticolosamente ricostruito da LabUr attraverso gli atti amministrativi. L’immobile, un tempo riconducibile all’imprenditore Mauro Balini, è stato al centro di un lungo percorso tra sequestri e una confisca definitiva arrivata solo nel 2021.
Proprio su questo periodo si concentra una delle principali zone d’ombra sollevate dall’analisi di LabUr: per anni, tra il 2017 e ben oltre la conclusione del percorso giudiziario, un ente pubblico (l’Asilo Savoia) ha continuato a versare canoni d’affitto cospicui a una società privata finita sotto amministrazione giudiziaria, sebbene il Comune rivendicasse già la proprietà dell’area. Secondo quanto ricostruito da LabUr, i rapporti contabili tra le parti non si sono chiusi nemmeno dopo il passaggio formale del bene al patrimonio comunale, con questioni legate a consumi e utenze rimaste aperte ancora a lungo.
Tra fondi pubblici e gestione quotidiana
Lasciandosi alle spalle il periodo dei sequestri e guardando alla gestione più recente, l’inchiesta di LabUr punta il dito sui bilanci relativi alla struttura. Dai dati esaminati dall’associazione emergerebbe infatti una forte sproporzione: a fronte di ricavi commerciali “di mercato” molto ridotti, la struttura si regge in gran parte su contributi pubblici diretti, bandi e voucher regionali. Un quadro che, secondo LabUr, solleva interrogativi pesanti sulla reale sostenibilità autonoma dell’impianto e sulla trasparenza dei costi di gestione, tra fondi a rendicontazione e spese per servizi esterni.
Le domande aperte
Più che lanciare sentenze, l’operazione condotta da LabUr e portata all’attenzione della Corte dei Conti punta a fare luce sull’impianto. L’esposto chiede alla magistratura contabile di accertare, punto per punto, l’intera filiera economica che ha ruotato attorno all’immobile: quanto sia stato effettivamente versato nel tempo alla società privata che lo deteneva prima della confisca, se quei canoni fossero congrui rispetto al reale valore del bene, e quali lavori siano stati davvero eseguiti — distinguendo tra interventi strutturali stabili e semplici attrezzature mobili, con tanto di perizie e collaudi a supporto.
Si chiede inoltre di verificare se sia stato corretto usare i canoni versati in passato come base per giustificare la lunghissima durata della concessione gratuita assegnata in seguito, se i fondi pubblici a fondo perduto ricevuti trovino reale corrispondenza nelle spese sostenute, e se sia stato rispettato l’obbligo di reinvestire nella struttura eventuali entrate in eccesso.
L’esposto punta infine il dito sulla persistenza — fino a tempi recenti — di utenze e consumi ancora in capo alla società privata anche dopo il passaggio del bene al patrimonio pubblico, sull’assenza di una contabilità dedicata e trasparente per l’impianto, sui rapporti di debito e credito tra i diversi soggetti economici legati all’area portuale, e — soprattutto — se gli enti competenti abbiano davvero esercitato i controlli e la vigilanza previsti dalla legge.


















