Pinolo di Fregene, chiude la storica fabbrica che ha portato il prodotto nel mondo

Dal 1945 la storia del pinolo di Fregene tra brevetti, grandi esportazioni e tradizione: la storica fabbrica chiude dopo oltre 80 anni per la crisi delle pinete

Fregene perde uno dei simboli della sua storia produttiva. Dopo oltre 80 anni di attività, chiude la fabbrica che ha contribuito più di ogni altra a trasformare il pinolo di Fregene in un prodotto conosciuto e apprezzato anche fuori dall’Italia.

Dal 1945 la storia del pinolo di Fregene tra brevetti, grandi esportazioni e tradizione: la storica fabbrica chiude dopo oltre 80 anni per la crisi delle pinete

Una storia iniziata nel 1945 con Rodolfo Martini, proseguita negli anni con Enzo “Cencio” Fulignati e arrivata fino a Salvatore Garofalo, alla guida di Pinus Pinea. Un percorso fatto di intuizioni imprenditoriali, macchinari brevettati, esportazioni e legame con il territorio, interrotto oggi dalla crisi delle pinete provocata dalla cocciniglia tartaruga del pino.

Pinolo di Fregene, quando una piccola fabbrica conquistò i mercati internazionali

Il rapporto tra Fregene e il pinolo nasce molto prima della crisi attuale. A renderlo possibile è soprattutto la presenza della pineta monumentale e dei numerosi pini domestici che caratterizzano il territorio.

Negli anni Cinquanta e Sessanta il pinolo di Fregene raggiunge una notorietà straordinaria. Il suo sapore e le sue caratteristiche lo rendono ricercato dalle migliori pasticcerie artigianali, tanto da arrivare anche negli Stati Uniti.

A dare una struttura industriale a questa attività è Rodolfo Martini, originario di Firenze e arrivato quasi casualmente nel mondo dei pinoli. Nel dopoguerra apre la sua attività in via Cervia 168 e comprende rapidamente che il futuro del settore passa anche dall’innovazione.

Martini brevetta infatti alcuni macchinari destinati a cambiare la lavorazione del prodotto. Tra questi c’è la sgusciatrice, progettata per aprire il guscio esterno preservando il seme, oltre a sistemi specifici per rompere le pigne.

Quella che nasce come un’attività legata a un prodotto della pineta diventa così una vera fabbrica specializzata, capace di lavorare quantità sempre maggiori e di guardare ai mercati esteri.

Negli anni Settanta arriva una nuova fase di crescita con Enzo Fulignati, detto “Cencio”, che prosegue il lavoro iniziato da Martini. Dalla sede di Fregene partono tonnellate di pinoli destinati a diversi Paesi, mentre l’azienda raggiunge dimensioni considerevoli.

Nel 1978 il fatturato tocca 1,2 miliardi di lire, fotografando il momento d’oro di un’impresa diventata ormai parte integrante dell’identità economica della località.

Poi il mercato cambia. Le importazioni dall’Estremo Oriente aumentano e la concorrenza sui prezzi diventa sempre più difficile da sostenere. La redditività del settore si riduce, anche se il prodotto locale continua a distinguersi per qualità, gusto, colore e calibro.

Inoltre bisogna ricordare che negli ultimi anni, per sei edizioni, uno degli eventi più importanti di Fregene è stata proprio quella della Festa del pinolo proveniente da questo territorio e una eccellenza alimentare prodotta proprio da questa fabbrica.

Pinolo di Fregene, l’eredità di Pinus Pinea e la fine della produzione

Dopo diversi passaggi di proprietà, nel 1996 arriva Pinus Pinea, azienda guidata da Salvatore Garofalo, che raccoglie l’eredità della storica fabbrica.

L’attività mantiene un legame diretto con il territorio: la società si occupa della raccolta delle pigne del pino domestico e della vendita dei pinoli, valorizzando la provenienza della materia prima.

Attraverso accordi con Maccarese Spa e altri enti locali, una parte significativa delle pigne viene raccolta direttamente dagli alberi presenti nel territorio. Una scelta che punta sulla tracciabilità e sulla qualità locale, elementi fondamentali per distinguere il prodotto italiano da quello importato.

Il problema, però, arriva proprio dagli alberi.

La diffusione della Toumeyella parvicornis, conosciuta come cocciniglia tartaruga del pino, ha provocato negli ultimi anni danni gravissimi alle pinete italiane. Il parassita, originario del Nord America, attacca soprattutto il pino domestico, indebolendolo fino a provocarne, nei casi più gravi, la morte.

Per chi lavora con le pigne, la conseguenza è diretta: meno alberi significa meno materia prima e una produzione sempre più difficile da sostenere.

È questo il colpo che ha finito per mettere in difficoltà anche una realtà che per decenni aveva resistito alla concorrenza internazionale e ai cambiamenti del mercato.

La chiusura di Pinus Pinea segna quindi la fine di una storia industriale iniziata nel 1945, ma anche la perdita di un pezzo dell’identità di Fregene.

Dalla sgusciatrice brevettata da Martini alle tonnellate esportate da Fulignati, fino alla ricerca di una filiera locale portata avanti da Garofalo, il pinolo di Fregene è stato molto più di un semplice prodotto alimentare.

È stato l’espressione di un territorio, una fonte di lavoro, un’eccellenza esportata nel mondo e una parte della memoria di Fregene.

Oggi quella fabbrica non c’è più. Ma resta una storia che racconta come un piccolo seme, raccolto tra i pini del litorale romano, sia riuscito per decenni a viaggiare ben oltre Fregene.

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