Sui laghi dei Castelli Romani la sola costruzione di infrastrutture non basta a fermare una crisi idrica quarantennale. A sostenerlo il Coordinamento Ambientalista dei Castelli Romani, che di fronte all’investimento da 29,5 milioni per l’interconnessione acquedottistica, chiede interventi strutturali su interesse pubblico, riduzione dei consumi e blocco della cementificazione nell’idrostruttura dei Colli Albani.
Dalla minaccia dell’inceneritore di Santa Palomba ai 40 anni di deficit idrico nei Colli Albani: perché le sole infrastrutture non basterebbero a fermare il prosciugamento dei bacini
L’annuncio da parte della Città Metropolitana di Roma Capitale relativo allo stanziamento di 29,5 milioni di euro per l’interconnessione acquedottistica Appio Alessandrino-Doganella ha riportato al centro del dibattito pubblico le sorti dell’ecosistema dei Colli Albani.
L’analisi condotta dal Coordinamento Ambientalista dei Castelli Romani, evidenzierebbe una diagnosi che va ben oltre la percezione di un’emergenza congiunturale o passeggera. La vera dimensione del fenomeno non è quantificabile in un calo superficiale e riduttivo di pochi centimetri, bensì «in un abbassamento complessivo dell’ordine di 7,5 metri», accumulatosi in una «crisi idrica strutturale che le associazioni ambientaliste del territorio denunciano ormai da circa quarant’anni».
Il Lago Albano e le altre riserve superficiali, rappresenterebbero secondo gli ambientalisti, unicamente l’aspetto visibile di un impoverimento ben più profondo, che riguarda la falda profonda alimentatrice di sorgenti, pozzi e della vegetazione locale.
Come ricordano, «non è semplicemente il Lago Albano che si sta prosciugando. È l’intera falda sotterranea che alimenta i laghi ad essere in deficit», conseguenza di decenni durante i quali «dall’idrostruttura dei Colli Albani è stata prelevata una quantità di acqua superiore a quella che le precipitazioni riescono naturalmente a ricaricare».
I limiti delle interconnessioni e il pericolo di depauperare altre falde
La criticità sollevata dunque, risiederebbe nel rischio di considerare le grandi opere infrastrutturali come una soluzione risolutiva della crisi. Un acquedotto interconnesso possiede indubbiamente una funzione tecnica orientata a migliorare la flessibilità o la sicurezza della distribuzione, ma non possiede la capacità di generare nuova risorsa idrica.
«L’acqua non si crea costruendo acquedotti», ribadisce con forza il Coordinamento, evidenziando che «costruire nuove condotte o interconnettere acquedotti può eventualmente modificare la provenienza dell’acqua distribuita, ma non risolve automaticamente lo squilibrio tra quantità di acqua prelevata e capacità naturale di ricarica della falda».
Trasferire l’approvvigionamento da un bacino all’altro comporta unicamente lo slittamento del problema su altri territori: “Non possiamo considerare una soluzione sostenibile quella di salvare una falda andando progressivamente a depauperarne un’altra”. Sotto il profilo dell’interesse pubblico secondo questa analisi, investimenti infrastrutturali privi di tutele reali, rischierebbero di trasformarsi unicamente in una spesa che non intacca le dinamiche strutturali del dissesto ecologico.
L’impatto dell’inceneritore di Santa Palomba
La gestione della risorsa solleva interrogativi diretti nei confronti dell’intervento, che a livello istituzionale è stato definito una «precisa scelta per proteggere l’ecosistema dei Colli Albani».
Mentre dal canto loro, gli ambientalisti, pur prendendo atto delle intenzioni riferiscono come: “Insieme alla priorità di ridurre la pressione sulla falda, occorre affrontare anche il tema dei nuovi consumi idrici previsti nell’area di Santa Palomba”.
Il progetto dell’inceneritore di Roma comporta infatti consistenti fabbisogni d’acqua che potranno gravare direttamente sullo stesso sistema idrico connesso ai Castelli Romani. Per il Coordinamento «non coerente investire milioni di euro dichiarando di voler ridurre i prelievi dalla falda e contemporaneamente autorizzare o programmare nuovi grandi consumi di acqua nello stesso territorio».
Taglio dei consumi e stop al consumo di suolo
Per arrestare il prosciugamento e avviare il recupero dell’equilibrio idrogeologico, il Coordinamento Ambientalista, avvalendosi di analisi geologiche e scientifiche, individua due direttrici d’azione imprescindibili: La prima misura consiste nella «riduzione di almeno il 30% dei consumi idrici sull’intera idrostruttura dei Colli Albani», intervenendo sui consumi civili, agricoli e industriali e abbattendo le perdite delle reti.
La seconda misura strategica suggerita, è lo «stop al nuovo consumo di suolo sull’intera idrostruttura Albana». Continuare ad asfaltare e costruire riduce la capacità del terreno di assorbire le piogge e ricaricare il bacino sotterraneo. Ricordando che «l’acqua è un bene comune, non una risorsa infinita da estrarre, trasportare e vendere», i comitati concludono chiedendo che la politica compia scelte coraggiose, poiché «senza questi due interventi ogni nuova infrastruttura rischia di trasformarsi soltanto in un modo per continuare a sostenere consumi non più compatibili».



















