Morto Francesco Guccini, l’autore dell’Avvelenata e di tanti altri successi è scomparso a 86 anni

Morto Francesco Guccini, circondato dall’affetto della famiglia tra i boschi e le alture degli Appennini a lui più cari

Immagine tratta dal profilo Fb dell'artista

Morto Francesco Guccini, l’autore dell’Avvelenata e di tanti altri memorabili successi della musica leggera degli Anni Settanta e Ottanta si è spento a 86 anni, circondato dall’affetto della moglie Raffaella e della figlia Teresa.

Morto Francesco Guccini, circondato dall’affetto della famiglia tra i boschi e le alture degli Appennini a lui più cari

Guccini, nato a Modena il 14 giugno 1940, è deceduto oggi, giovedì 6 agosto, a Pavana in uno dei luoghi più cari all’artista, situato tra i boschi e le alture dell’Appennino Pistoiese.

Per volontà della famiglia che ha dato notizia del trapasso le esequie si “svolgeranno nei prossimi giorni in forma privata”.

I famigliari chiedono inoltre che “questo momento di dolore possa essere vissuto nella più stretta intimità” e “ringraziano tutti coloro che si uniranno al suo lutto con affetto, discrezione e rispetto“.

Considerato l’affetto e la stima dei moltissimi fan che lo hanno seguito in tutti gli anni di una carriera lunga decenni, dai Boomers nati negli Anni Cinquanta e Sessanta ad alcuni degli Zoomers venuti al mondo in questo millennio e attratti da uno stile senza tempo e intenzionati a ricordarlo e salutarlo “verrà organizzata una cerimonia commemorativa nel mese di settembre“.

Musica Avvelenata

Pubblicata nel 1976 all’interno dello storico album Via Paolo Fabbri 43 L’Avvelenata rappresenta una delle canzoni più famose e iconiche del repertorio di Guccini diventando nel tempo un vero e proprio manifesto di libertà artistica e di aperta ribellione contro le convenzioni del mercato musicale.

Una critica dell’epoca nata da una rabbiosa e viscerale risposta diretta ai critici che lo avevano accusato essersi venduto al sistema commerciale e di non avere ormai più nulla da dire dal punto di vista sociale e poetico.

Differenziandosi nettamente dallo stile ricercato ed elegante tipico dell’artista la canzone si distingue per l’uso di un linguaggio estremamente diretto crudo e privo di filtri ricco di termini gergali ed espressioni forti che svestono Guccini dai panni del maestro per mostrarne il lato più umano fragile e autentico trasformandosi in un inno generazionale che rivendica con forza il diritto di cantare e fare musica esclusivamente per bisogno e piacere personale rifiutando ogni tipo di etichetta politica o commerciale che il pubblico e i media cercavano continuamente di imporgli.

Una straordinaria eredità culturale che si è mantenuta viva e ispirando intere generazioni e venendo reinterpretata da numerosissimi artisti fino al rapper Fabri Fibr in un album del 2025.

Il buen retiro

Da tempo Guccini si era ritirato nella sua amata Pavana, immerso nei ricordi e cullato dal suono continuo e quasi ossessivo del fiume Limentra, corso d’acqua già celebrato nella celebre Amerigo, toccante storia di povertà ed emigrazione

Il mondo della musica italiana piange un artista straordinario uscito dal mondo delle osterie e delle balere: un universo ormai scomparso, ma che il maestrone emiliano è riuscito a rendere eterno nei suoi testi.

Ancora oggi, per le strade di quella Bologna che Guccini descrisse con maestria come “una vecchia signora col seno sul piano padano e il culo sui colli“, c’è chi cerca il respiro e l’anima di quei luoghi storici, primo tra tutti la mitica Osteria delle Dame.

Dal debutto a La canzone del bambino nel vento

Per generazioni di ascoltatori, Guccini è stato molto più di un semplice cantante: un punto di riferimento culturale fin dall’adolescenza, un maestro capace di riempire i palazzetti accompagnato negli anni da una formazione eccezionale di musicisti, tra cui Juan “Flaco” Biondini, Ares Tavolazzi, il mitico batterista Ellade Bandini e Vince Tempera.

Oltre alle canzoni, si è distinto come fine narratore e scrittore, regalando alla letteratura pagine indimenticabili come quelle del romanzo Croniche Epafaniche del 1986.

Il suo viaggio musicale era iniziato nel lontano 1967 con un album all’epoca ostico e controtendenza dal titolo Folk Beat N. 1 (a cui, per la cronaca, non fece mai seguito un secondo capitolo). In quell’era dominata dai dischi in vinile divisi su due lati, il suo esordio racchiudeva già capolavori destinati a rimanere pietre angolari della canzone d’autore.

Brani come Noi non ci saremo, In morte di S.F. -con cui era solito aprire ogni suo concerto prima di chiudere con l’immancabile La Locomotiva- e Auschwitz (La canzone del bambino nel vento).

Versi emblematici come quello che recita “io chiedo quando sarà che l’uomo potrà imparare a vivere senza ammazzare e il vento si poserà” risuonano oggi come un interrogativo tragicamente attuale, capace di sopravvivere al tempo e al su stesso autore.