La dermatologa che per tre volte scambiò un melanoma maligno per una semplice verruca è stata condannata in via definitiva. La Quarta sezione penale della Corte di Cassazione ha messo la parola fine a una dolorosa vicenda giudiziaria e umana, confermando la pena a otto mesi di reclusione per omicidio colposo a carico della specialista romana. Al centro del processo, la tragica fine di Giulia Cavallone, stimata giudice di 36 anni in servizio al Tribunale di Roma, stroncata nell’aprile del 2020 da un tumore della pelle scoperto quando ormai era troppo tardi per salvarla
La Cassazione rende definitiva la pena per la dermatologa che scambiò un melanoma per una verruca. La vittima è Giulia Cavallone, la 36enne giudice del processo Cucchi-ter.
Secondo quanto ricostruito dall’accusa e confermato nei vari gradi di giudizio, l’errore medico si è consumato nell’arco di otto mesi, tra il novembre 2013 e il giugno 2014. Durante tre diverse visite in uno studio privato della Capitale, la dermatologa aveva ripetutamente rassicurato la paziente. La diagnosi era sempre la stessa: quello strano neo era, a suo dire, soltanto una verruca seborroica.
I giudici hanno evidenziato una grave negligenza da parte della professionista. In particolare la mancanza di esami strumentali: non è stato richiesto alcun approfondimento diagnostico, come una biopsia o una dermatoscopia avanzata. E l’assenza di monitoraggio: non è stata effettuata un’adeguata documentazione fotografica per valutare l’evoluzione della lesione nel tempo.
La vera natura di quel “neo” è emersa solo otto mesi dopo la prima visita, quando la giudice, insospettita e preoccupata, si è rivolta all’ospedale San Camillo di Roma. Lì la drammatica scoperta: si trattava di un melanoma nodulare maligno ulcerato. A causa del grave ritardo diagnostico, il tumore aveva già raggiunto la massima stadiazione. Nonostante la rimozione chirurgica di un’ampia porzione di derma, un intervento ai linfonodi e pesanti cicli di terapie a bersaglio molecolare, il cancro non si è fermato.
Il coraggio della giudice e il processo a Perugia
Giulia Cavallone ha lottato con estrema dignità contro la malattia, continuando a onorare la toga fino all’ultimo. Giudice a latere nel delicato processo “Cucchi ter”, ha tenuto la sua ultima udienza a piazzale Clodio il 26 febbraio 2020, appena un mese e mezzo prima di spegnersi, a soli 36 anni, il 17 aprile di quell’anno.
Il processo per accertare le responsabilità mediche si è svolto a Perugia, tribunale competente per i reati che coinvolgono i magistrati del distretto di Roma. Inizialmente avviato per lesioni personali quando Giulia era ancora in vita, il procedimento si è tramutato in omicidio colposo dopo il suo decesso. A portare avanti la battaglia legale è stato il padre della vittima, Roberto Cavallone (sostituto procuratore generale della Corte d’Appello di Roma e volto noto per le indagini sul delitto di via Poma), assistito dagli avvocati di parte civile Stefano Maccioni e Nicola Di Mario.
L’appello della famiglia: “Mai più errori simili”
La pronuncia della Suprema Corte, che ha accolto le richieste del procuratore generale Olga Mignolo e delle parti civili, chiude l’iter giudiziario, ma lascia intatto il monito della famiglia Cavallone. “Si chiude così un capitolo doloroso di questa vicenda. In questi anni abbiamo proseguito questa battaglia animati da spirito di giustizia, con l’obiettivo di sensibilizzare l’opinione pubblica sull’importanza dell’attività di prevenzione dei tumori e sulla necessità che i sanitari pongano la massima attenzione nell’affrontare ogni caso.
Speriamo che la vicenda di Giulia serva ad aumentare la consapevolezza nei pazienti e nei medici, affinché tali drammatici errori non abbiano più a ripetersi“.


















