Caccia al killer di Casalotti: dal Tevere ai treni, l’assassino è introvabile

Posti di blocco e droni lungo il fiume, setacciate le stazioni. Il piano di fuga di Shahadat Hossain dopo la strage di Casalotti

La famiglia sterminata

Dalle vie di Casalotti alle banchine della stazione di Bologna, fino agli argini del Tevere sorvolati dai droni della polizia. È una caccia all’uomo serrata, una corsa contro il tempo che si gioca nelle prime decisorie 72 ore, quella per catturare Shahadat Hossain, il killer 43enne bengalese accusato della strage di via Montiglio, a Casalotti.

Posti di blocco e droni lungo il fiume, setacciate le stazioni. Il piano di fuga di Shahadat Hossain dopo la strage di Casalotti

Le foto del ricercato sono state diramate a tutti i comandi d’Italia: posti di blocco sorvegliano le uscite della Capitale, mentre le volanti battono la via Marconi, il centro commerciale Agorà dove l’uomo lavorava, e la provincia di Frosinone, dove si sospetta possa godere di appoggi. A Bologna la Polizia ferroviaria ha bloccato e ispezionato diversi convogli, ma del fuggitivo, per ora, nessuna traccia.

Gli investigatori della Squadra Mobile, guidati da Roberto Giuseppe Pititto e coordinati dal procuratore aggiunto Giuseppe Cascini, hanno perquisito il posto letto del killer in via Clovio, a pochi metri dalla scena del delitto. Lì è stato rinvenuto un indumento sporco di sangue, che si aggiunge a una felpa azzurra recuperata in un parcheggio della zona.

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Il presunto killer della strage di Casalotti

Elementi che confermano come Hossain si sia cambiato prima di svanire nel nulla. C’è chi nel quartiere ipotizza una fuga all’estero e chi un nascondiglio offerto da connazionali, non si esclude nemmeno il suicidio.

L’unica certezza è un macabro presagio affidato dall’uomo a Facebook ventiquattro ore prima della mattanza: “Un uomo morto non muore solo lui. Ecco perché dovresti morire insieme ai tuoi cari. Così nessuno deve soffrire per nessuno”.

La sequenza del delitto: una mattanza pianificata con la mannaia

La ricostruzione della dinamica, ancora al vaglio della Procura, restituisce i contorni di una ferocia inaudita, consumatasi venerdì pomeriggio nell’appartamento al civico 35.

Hossain si è introdotto nell’abitazione e ha aggredito per prime Momotaj Hosne Jahan, 38 anni, e la figlioletta Arowa, di soli 8 anni. Dopo averle uccise, ha nascosto i loro corpi sotto al letto.

Ha poi atteso il rientro del capofamiglia, il 39enne Kamal Uddin. Lo ha colto di sorpresa alle spalle, colpendolo mortalmente al collo con una mannaia, per poi occultare il cadavere tra il muro e il divano.

Compiuto il triplice omicidio, l’assassino ha tentato di cancellare le tracce, ripulendo le stanze con stracci e candeggina. Intorno alle 21, però, la pulizia è stata interrotta dal rientro del figlio maggiore, Amir, ventenne. Tra i due è nata una violenta colluttazione: Hossain ha tentato di uccidere anche il ragazzo, ferendolo gravemente, ma il ventenne è riuscito a divincolarsi e a fuggire per le scale, diventando l’unico sopravvissuto e il testimone chiave della strage.

L’allarme dei vicini e l’ombra dell’ossessione passionale

I vicini di casa sono stati attirati dalle urla di Amir intorno alle nove di sera. Una testimone ha raccontato di essersi trovata faccia a faccia con il killer davanti al portone: l’uomo scappava a piedi, scalzo, con indosso jeans e guanti in lattice.

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Il condominio dove si è consumata la strage

La scena della fuga è stata ripresa anche dalla dashcam di un’auto in sosta. Amir, soccorso in un bagno di sangue, è ora ricoverato in prognosi riservata al Policlinico Gemelli, ma è riuscito a fare il nome del killer, un connazionale che frequentava spesso la oro abitazione ma era malvisto da papà Kamal.

La comunità bengalese di Roma è sotto shock. La famiglia Uddin e l’assassino provenivano dallo stesso distretto in Bangladesh (Companiganj) ed erano stati proprio Kamal e la moglie ad aiutare Hossain al suo arrivo in Italia, trovandogli una sistemazione.

Il coinquilino del killer, Alì, ha rivelato che solo tre giorni prima della strage avevano cenato tutti insieme in un ristorante indiano, aggiungendo che nella comunità si vociferava di una relazione o di una forte ossessione dell’uomo – sposato con figli in Inghilterra – per la trentottenne Jahan. La donna lo aveva già respinto più volte, tanto da spingere la famiglia a chiedere aiuto alla comunità per allontanarlo.

I corpi delle vittime si trovano ora all’istituto di medicina legale della Cattolica per le autopsie affidate al professor Antonio Oliva.