Meno anni di carcere per Cristina Scarpetti, la quarantenne che un paio di anni fa, il 9 maggio del 2024, strangolò la madre a Passoscuro. Per i giudici la sua non fu la mano di un’assassina lucida, ma il crollo di una donna spezzata da un carico assistenziale diventato insostenibile. La Corte d’Assise d’Appello di Roma ha ridotto per l’omicidio di Paola Scatena la pena della figlia.
La Corte di Assise d’appello riconosce a Cristina Scarpetti il vizio parziale di mente: condanna a 11 anni e 4 mesi. Il dramma di una figlia caregiver
I giudici di secondo grado hanno riformato la sentenza di primo grado (che prevedeva 14 anni), riducendo la condanna a 11 anni e 4 mesi di reclusione.
Il punto di svolta il riconoscimento del vizio parziale di mente. Quella mattina, il “cervello si è spento” dopo mesi di notti in bianco, aggressioni subite e richieste d’aiuto rimaste inascoltate.
Il calvario di una “figlia diventata madre”
Paola Scatena, descritta come una donna brillante, era stata colpita da una forma violenta di demenza frontotemporale. In soli cinque mesi, il rapporto tra le due donne si era capovolto: la madre era diventata una figlia difficile, a tratti aggressiva.
“Mia madre era il mio mondo“, ha raccontato Cristina in aula, ricostruendo un quotidiano fatto di gesti ossessivi, urla e atti di autolesionismo. La vittima arrivava a strapparsi i capelli e a mordersi le mani. Cristina, sola nel gestire l’emergenza, aveva sacrificato tutto: il lavoro, gli affetti, il sonno.
L’accusa alle istituzioni: “Al pronto soccorso mi ignoravano”
Il racconto della Scarpetti davanti ai giudici è un atto d’accusa contro un sistema sanitario che non ha saputo intercettare il grido d’aiuto. L’imputata ha spiegato di aver provato a documentare la follia della madre con dei video, ma i medici li avrebbero rifiutati: “Dicevano che non potevo “parcheggiare” mia madre in ospedale“.
L’epilogo è arrivato il 9 maggio, dopo l’ennesima notte di veglia e una colluttazione in cui l’anziana aveva aggredito la figlia. In quel momento, la mente di Cristina ha ceduto.
Dopo l’omicidio, è stata lei stessa a chiamare le forze dell’ordine, consegnandosi a un destino che, secondo la difesa, era già segnato da un precedente tentativo di suicidio della donna.
La sentenza: un riconoscimento umano oltre che giuridico
Il penalista Alessandro Marcucci, legale della donna, esprime soddisfazione per un verdetto che restituisce dignità alla sua assistita: “Il riconoscimento del vizio di mente è un risultato importante soprattutto dal punto di vista morale. Consente di alleviare il peso che la signora Scarpetti dovrà portare con sé per tutta la vita: la consapevolezza che, in quel momento tragico, non era pienamente capace”.


















