Elena Aubry, un processo ripartito tra i rinvii. La sua Hornet torna a casa. La madre: “Non ne resta nulla”

Sette indagati alla sbarra per le radici killer: tra condanne ridotte e nuovi rinvii, il processo penale sulla morte di Elena Aubry, è una battaglia per una giustizia senza odio 

«Ci tenevi tanto alla tua moto». Iniziano così le parole affidato ai social da Graziella Viviano, madre di Elena Aubry, nel giorno del dissequestro della Hornet azzurra che la giovane conduceva il giorno della tragedia. Un messaggio dell’avvocato ha messo fine al fermo giudiziario del mezzo, ma ha aperto una voragine nel cuore di una madre che, davanti a quel cumulo di lamiere irriconoscibili, ha dovuto dire addio all’ultimo simulacro fisico della figlia.

Sette indagati alla sbarra per le radici killer: tra condanne ridotte e nuovi rinvii, il processo penale sulla morte di Elena Aubry, è una battaglia per una giustizia senza odio

Il dissequestro della motocicletta di Elena Aubry non è stato l’atto burocratico che si potrebbe immaginare, ma un confronto brutale con la realtà. Graziella Viviano si è recata al deposito accompagnata da un amico motociclista, trovandosi di fronte a un ammasso di ferro che non ricordava nulla dei giri fatti insieme, madre e figlia, tra sorrisi e fiducia.

«Nulla, non è rimasto nulla tanto che non la riconoscevo», ha dichiarato Graziella. Gli occhi sono caduti inevitabilmente sulle ammaccature e sui pezzi rotti, segni tangibili dell’impatto fatale del 6 maggio 2018.

La decisione di non guardare oltre è stata un atto di protezione verso il ricordo di Elena: la vera moto, quella della libertà e della spensieratezza, non è più su questa terra. Graziella ha scelto di immaginare sua figlia ancora in sella, ma su strade celesti, libera dalle insidie di un asfalto traditore.

Lo stato del processo: sette indagati per omicidio stradale

Mentre il lato emotivo vive lo strazio del dissequestro, la macchina della giustizia si muove con una lentezza che Graziella ha spesso definito esasperante. Il 27 maggio 2025 segna l’apertura di un capitolo cruciale: il processo penale contro i restanti sette indagati per la morte della 26enne.

Sul banco degli imputati siedono sei funzionari comunali, tra cui due ex direttori del SIMU (Dipartimento Sviluppo Infrastrutture e Manutenzione Urbana), accusati di omicidio stradale in concorso.

La tesi della Procura è netta: Elena non è caduta per una fatalità, ma a causa della “sciattoneria” gestionale. La Via Ostiense, nel tratto della tragedia, era stata lasciata al totale abbandono, con le radici dei pini che avevano sollevato il manto stradale rendendolo simile a un circuito da motocross.

Una “roulette russa” dove il colpo, purtroppo, è partito proprio quando passava Elena.

Le condanne precedenti e i rinvii

Il percorso giudiziario ha già visto alcuni punti fermi, seppur parziali. Alessandro Di Carlo, responsabile della sorveglianza per la ditta appaltatrice della manutenzione, è stato l’unico finora a ricevere una sentenza definitiva, sebbene con uno sconto di pena.

Condannato inizialmente a due anni con rito abbreviato, nell’ottobre 2023 ha visto la pena ridursi a un anno e sei mesi in appello.

Questo precedente pesa sul nuovo filone processuale, che ha subito diversi rallentamenti, l’ultimo dei quali lo scorso 20 marzo, quando l’udienza è stata nuovamente rinviata.

Graziella Viviano continua a ribadire che la sua non è una caccia al colpevole dettata dall’odio, ma una richiesta di responsabilità: chi gestisce una strada deve rispondere delle “trappole” che semina con la propria incuria.

La battaglia per la sicurezza stradale

La morte di Elena Aubry è diventata il simbolo della lotta contro il dissesto stradale a Roma. Graziella, supportata da una comunità di motociclisti che non l’ha mai lasciata sola, combatte affinché nessun altro genitore debba trovarsi a ritirare il relitto di una moto in un deposito giudiziario.

L’obiettivo è innescare un cambiamento culturale nei palazzi del potere: la manutenzione non è un optional, ma un obbligo verso la vita umana. «Si chiede solo di avere giustizia», scrive Graziella, sperando che le foto del volto solare di Elena possano toccare la coscienza di chi, in aula, dovrà decidere sulle responsabilità tecniche e morali di una tragedia che si poteva e si doveva evitare.

La Hornet azzurra non corre più sulle strade di Roma, ma la voce di chi la guidava continua a chiedere verità attraverso il coraggio di sua madre.