Roberto Saviano assolto. Dopo otto anni si chiude il capitolo giudiziario il processo aperto su denuncia di Matteo Salvini. Il giudice monocratico del Tribunale di Roma ha assolto lo scrittore dall’accusa di diffamazione per aver definito il leader della Lega “Ministro della Mala Vita”. Una sentenza che non solo scagiona l’autore di Gomorra, ma ribadisce i confini invalicabili della libertà di espressione di fronte al potere politico.
Saviano assolto per l’epiteto “Ministro della Mala Vita” a Salvini: “Le parole che criticano il potere non sono reato”
La difesa di Saviano ha sempre fatto leva su un precedente storico illustre. L’espressione “Ministro della Mala Vita”, infatti, non è un’invenzione contemporanea ma un prestito intellettuale da Gaetano Salvemini, che nel 1910 la utilizzò contro Giovanni Giolitti per denunciarne i metodi di gestione del consenso nel Mezzogiorno.
Secondo i legali dello scrittore, utilizzare quella formula nel 2018 – quando Salvini era titolare del Viminale nel governo Conte I – non era un attacco personale gratuito, bensì l’esercizio di un legittimo diritto di critica a un ministro. Il tribunale ha accolto questa tesi: il fatto non costituisce reato.
Otto anni di scontro: dai porti chiusi alla scorta
La vicenda affonda le radici in uno dei periodi più tesi della politica migratoria italiana, quello dei “porti chiusi”. Tra Saviano e Salvini il clima era gelido, esasperato dalle dichiarazioni dell’allora Ministro dell’Interno che aveva ipotizzato la revoca della scorta per lo scrittore.
“Questa assoluzione significa soprattutto una cosa: che la propaganda politica non può diventare uno strumento per mettere a tacere chi critica“, ha commentato Saviano in un video sui social subito dopo la sentenza.
“Per quanto aspra sia la critica, le parole non possono essere messe sotto accusa quando raccontano il potere“.
Il faccia a faccia in tribunale
Il processo ha vissuto momenti di forte tensione, come il confronto diretto avvenuto il 25 giugno dello scorso anno. In quell’occasione, Salvini aveva raccontato ai cronisti di aver ricevuto un gelido “vergognati” dallo scrittore dopo una stretta di mano: “È un maleducato, ma non è un reato. Però se qualcuno mi dà dell’amico della ‘Ndrangheta non è normale“.
Saviano, dal canto suo, ha sempre rivendicato la scelta lessicale, sottolineando come le minacce velate sulla sua protezione personale avessero reso la critica politica una necessità civile. “Sapeva bene che, vivendo sotto protezione per le minacce dei clan, certe parole non sono mai neutre“, ha ribadito lo scrittore, stigmatizzando le assenze del leader leghista in aula durante le udienze.


















