Nel processo d’appello per l’omicidio di Fabrizio Piscitelli, la procura generale e il pm Francesco Cascini della Direzione Distrettuale Antimafia di Roma hanno chiesto la conferma della condanna all’ergastolo per Raul Esteban Calderon (alias Gustavo Alejandro Musumeci) e il riconoscimento dell’aggravante del metodo mafioso.
Appello omicidio Piscitelli: per Calderon chiesta la conferma dell’ergastolo e il riconoscimento dell’aggravante mafiosa
Il sostituto procuratore ha inoltre sollecitato la riapertura dell’istruttoria per acquisire il tabulato del criptofonino del boss di Casalotti Leandro Bennato, elemento ritenuto chiave per accertare la connessione tra le celle telefoniche e il luogo del delitto, avvenuto il 7 agosto 2019 al parco degli Acquedotti di Roma.
Quel giorno Diabolik, ex leader degli Irriducibili, venne ucciso con un colpo alla testa mentre sedeva su una panchina.
La sua morte, secondo l’accusa, sarebbe stata orchestrata da Bennato e Giuseppe Molisso, considerato pupillo di Michele Senese, insoddisfatti perché Piscitelli non avrebbe rispettato degli accordi.
L’assassino, vestito da runner e immortalato dalle telecamere, sarebbe stato Calderon, che agì come esecutore materiale del delitto.
Nella sentenza di primo grado, emessa lo scorso 25 marzo dalla terza Corte d’assise di Roma, Calderon era stato condannato all’ergastolo, ma senza il riconoscimento dell’aggravante mafiosa.
Il movente e il presunto metodo mafioso
La Corte aveva identificato Molisso, Bennato e Alessandro Capriotti come i presunti mandanti dell’omicidio (la cui posizione però è stata archiviata da tempo), ricostruendo il movente in un debito di droga di 300mila euro non saldato.
Capriotti, infatti, avrebbe cercato di risolvere il conflitto con Piscitelli offrendogli un orologio come anticipo, ma quando Diabolik lo rifiutò, chiedendo invece il pagamento in contante, la tensione tra le parti aumentò fino alla decisione di eliminarlo.
Durante la requisitoria di ieri, il pm Cascini ha ribadito la natura mafiosa dell’omicidio, sottolineando come l’azione violenta fosse finalizzata a consolidare il potere del gruppo criminale coinvolto nel traffico di droga.
Secondo l’accusa l’impatto simbolico del delitto e la volontà di incutere paura giustificherebbero il riconoscimento dell’aggravante mafiosa.
Il buco nella ricostruzione dell’accusa
“La pur apprezzabile discussione della Procura non ha scalfito le solide argomentazioni della difesa, né colmato i limiti della sentenza di primo grado che aderisce alla ricostruzione accusatoria secondo la quale i mandanti sarebbero soggetti le cui posizioni, tuttavia, sono state archiviate su richiesta dello stesso Ufficio” ha dichiarati l’avvocata difensore di Calderon, Eleonora Nicla Moiraghi.
“La insistente richiesta di rinnovazione della già imponente istruttoria dibattimentale – ha aggiunto – è il plastico esempio della debolezza della decisione”.


















