Allarme per l’accesso ai 335 a piazzale Clodio. È una denuncia dai toni netti quella che l’Ordine degli Avvocati di Roma ha indirizzato ai vertici degli uffici giudiziari capitolini.
Gli avvocati romani denunciano ritardi di settimane nell’accesso alle informazioni ex art. 335 c.p.p., tra disservizi, frustrazione e richieste di riforma per tutelare il diritto di difesa
Una lettera formale inviata al Presidente della Corte d’Appello, al Procuratore Generale e al Procuratore della Repubblica presso il Tribunale di Roma — e per conoscenza al Ministero della Giustizia e al Presidente del Tribunale — per segnalare quello che viene definito un “gravissimo e perdurante disservizio” nell’ufficio competente al rilascio delle informazioni ex articolo 335 del codice di procedura penale.
Al centro della protesta, i ritardi nel rilascio delle certificazioni sulle iscrizioni nel registro delle notizie di reato, uno strumento che per i difensori rappresenta un passaggio essenziale per esercitare pienamente il diritto di difesa garantito dall’articolo 24 della Costituzione.
Secondo quanto denunciato dal presidente dell’Ordine, l’avvocato Alessandro Graziani, negli ultimi mesi si sarebbero moltiplicate le segnalazioni di attese “estremamente significative”, con tempi di evasione incompatibili con le esigenze dell’attività difensiva in ambito penale.
In molti casi — viene evidenziato — le risposte arriverebbero dopo settimane, quando non oltre, compromettendo la possibilità di intervenire tempestivamente a tutela degli assistiti.
Ma è soprattutto tra gli avvocati che la frustrazione si sta trasformando in protesta aperta.
Le reazioni
C’è chi racconta di attese che superano i due mesi. “A me lo hanno inviato dopo oltre due mesi. Ho contattato telefonicamente l’ufficio preposto e l’impiegato mi ha detto che è da solo e fa quel che può”, riferisce un legale.
Un’altra avvocata, Renée Del Grosso, denuncia: “Sto aspettando da inizio dicembre scorso. Sono andata a sollecitare e c’è la guardia che blocca, chiedendo di riempire il modulo di reclamo e consegnarlo. Fine”.
Il malcontento si allarga anche ad altri uffici giudiziari. L’avvocato Giuseppe Guerrasio racconta: “Fosse solo questo il disservizio, sono otto mesi che aspetto che mi fissino udienza al giudice di pace. Quando sono andato, mi è stato detto che ‘sono solo’ otto mesi”. E un collega, con amara ironia, commenta: “Perché, esiste ancora il giudice di pace?”.
Tra le proposte, c’è chi invoca una riforma strutturale dell’accesso ai registri. “Dovrebbero rendere libero l’accesso al difensore a tutti i registri degli uffici giudiziari, in tempo reale come avviene per i pm”, suggerisce Leonardo Casu, indicando nella digitalizzazione e nella parità di accesso agli atti una possibile via d’uscita.
Non manca neppure l’ironia sul terreno politico. “Tranquilli, adesso si sistema tutto con la separazione delle carriere”, scrive una legale. Immediata la replica di un collega: “Qualcuno ha mai detto che il referendum serve per velocizzare la giustizia?”. “Ovviamente il mio è un commento ironico”, chiarisce poi l’autrice del primo intervento.
Dietro le battute, però, resta la preoccupazione per un nodo che tocca direttamente l’effettività della difesa. Senza il certificato ex articolo 335, ricordano alcuni avvocati, spesso non è possibile neppure depositare tramite portale la nomina, con un effetto a catena che rischia di paralizzare l’attività difensiva fin dalle prime fasi del procedimento.
L’avvocato Lazzara: “Si crea un effetto paradossale”
“Il ritardo nel rilascio dei certificati ex art. 335 c.p.p. – spiega a Canaledieci l’avvocato Alessandro Lazzara – crea un problema concreto e rilevante. Oggi la nomina del difensore va depositata tramite portale PST”.
“In molti casi – aggiunge il penalista – l’unico atto disponibile, da allegare al deposito, è proprio il certificato 335. Senza quel certificato, se non si hanno atti a disposizione, anche se si conoscono numero e dati del procedimento, non è possibile depositare la nomina. Si crea così un effetto paradossale: il difensore sa che il procedimento esiste, ma non può formalizzare la difesa per mancanza del documento necessario”.
Si chiede un intervento immediato
Nella lettera, l’Ordine chiede un “immediato intervento” per garantire tempi certi e ragionevoli, smaltire l’arretrato e avviare un confronto istituzionale per individuare soluzioni condivise.
Pur riconoscendo possibili carenze di organico e criticità organizzative, i penalisti romani avvertono: non può essere tollerata l’inefficienza in uno snodo così delicato del sistema giudiziario.




















