Gabbiani perplessi e batterie in ammollo nel Tevere: il (VIDEO) del naufragio dei monopattini elettrici

Dopo le piogge torrenziali, decine di monopattini sono scivolati dalle banchine finendo in acqua: le immagini virali tra l'ironia amara dei social e il recupero dei volontari

Il fenomeno dell’abbandono selvaggio dei mezzi di micromobilità ha raggiunto un nuovo, bagnato livello a Roma: il fondo del Tevere. Tra l’inciviltà di chi li parcheggia e la forza delle piogge, i monopattini capitolini sono diventati protagonisti di un’ironica quanto amara deriva fluviale.  Protagonisti assoluti di questo “tuffo” collettivo sono stati i monopattini elettrici in sharing, che dalle zone di sosta lungo il fiume sono scivolati direttamente nei flutti.

Dopo le piogge torrenziali, decine di monopattini sono scivolati dalle banchine finendo in acqua: le immagini virali tra l’ironia amara dei social e il recupero dei volontari

Con l’intensificarsi delle precipitazioni che hanno colpito la Capitale, il livello del Tevere si è innalzato rapidamente, trascinando con sé tutto ciò che l’incuria umana aveva lasciato sulle banchine.

Le immagini, diventate immediatamente virali sulle principali piattaforme social, mostrano decine di telai bianco-verdi semisommersi, offrendo uno spettacolo che oscilla pericolosamente tra il degrado urbano e l’assurdo e dà una brusca virata al concetto di mobilità sostenibile.

L’ironia dei romani tra “pesci bike” e “mobilità fluviale”

Come spesso accade a Roma, la tragedia del decoro si è però trasformata rapidamente in commedia grazie alla proverbiale rassegnazione dei residenti. Sulle pagine di Welcome to Favelas e sui vari gruppi cittadini, i commenti si sono sprecati, dando vita a una gara di battute fulminanti.

C’è chi ha ipotizzato la nascita di una nuova specie ittica, la “pesce bike di fiume che sa de poco”, e chi ha fatto notare che, in fondo, i mezzi erano finalmente “sotto corrente” nel senso più letterale e idraulico del termine.

Anche i gabbiani, immortalati mentre osservavano con distacco i mezzi metallici incastrati tra i detriti, sono diventati parte di questa narrazione sarcastica sulla nuova “mobilità fluviale” capitolina, che sembra aver preso troppo alla lettera l’esigenza di sbloccare il traffico cittadino.

Il recupero dei volontari contro l’inquinamento

Al di là delle risate amare, la situazione ha presentato un rischio ambientale concreto a causa delle batterie al litio contenute nei mezzi. Per evitare che il Biondo Tevere venisse ulteriormente contaminato da sostanze chimiche pericolose, alcuni gruppi di volontari sono passati all’azione senza attendere l’intervento delle ditte proprietarie o dell’amministrazione.

Muniti presumibilmente di stivali e corde, questi cittadini hanno provveduto a ripescare i mezzi dal fango e dalle acque, tra le attestazioni di stima di chi passava sui ponti o sul web. Il gesto ha messo in evidenza la fragilità di un sistema di gestione della micromobilità che non tiene conto delle caratteristiche idrogeologiche della città, permettendo la sosta in aree che sono soggette a frequenti esondazioni naturali.

Amministrazione e gestione del green urbano

L’episodio, neanche a dirlo, ha riacceso il dibattito sulla reale sostenibilità di questi mezzi quando la loro collocazione diventa un pericolo per l’ecosistema. La rabbia dei cittadini si scaglia contro una gestione dello spazio pubblico che appare carente nel definire zone di sosta sicure e lontane dai rischi ambientali.

Trasformare un oggetto nato per ridurre l’inquinamento in un rifiuto speciale che giace sul fondale di un fiume storico è il paradosso di una modernità poco pianificata.

Mentre i volontari puliscono e il web ironizza, resta l’amarezza per un’immagine di Roma che, tra un acquazzone e l’altro, sembra ancora lontana dal trovare un equilibrio tra comodità tecnologica e rispetto per il proprio patrimonio naturale e monumentale.