Daniele, sei anni e mezzo di reclusione per aver fermato l’aggressione di un ubriaco a due minorenni

Difesa del prossimo e condanna record: il paradosso giudiziario di Daniele Z. l'istruttore sportivo che intervenne per difendere due minorenni

Ha riconquistato la libertà ieri da Daniele Z., dopo oltre cinque anni trascorsi tra regime carcerario e arresti domiciliari. Una fine pena che conclude la sua vicenda giudiziaria e che solleva pesanti interrogativi sulla proporzionalità delle pene nel nostro ordinamento.

Difesa del prossimo e condanna record: il paradosso giudiziario di Daniele Z. l’istruttore sportivo che intervenne per difendere due minorenni

La storia ha inizio nell’ottobre del 2019, quando Daniele, allora trentottenne e stimato istruttore di sport da combattimento con un ampio seguito sui social, decide di non voltarsi dall’altra parte.

Davanti a un pub, interviene per difendere due ragazzi minorenni inseguiti da un uomo visibilmente alterato dall’alcol e armato di un pesante portaombrelli. Quello che doveva essere un atto di civismo si è trasformato però in un incubo legale culminato in una condanna a sei anni e mezzo di reclusione.

La dinamica dei fatti e la reazione di difesa

Secondo le ricostruzioni, l’aggressore aveva iniziato a minacciare i giovani perché si sentiva deriso. Così Daniele, dopo aver tentato un richiamo verbale e aver risposto a una carica a testa bassa con un ceffone, si è trovato di fronte a una minaccia ancora più grave: l’uomo aveva dichiarato di voler prendere una pistola dalla propria auto.

Per neutralizzare il pericolo imminente, Daniele ha quindi preso la decisione di sferrare due pugni che hanno messo fuori gioco l’aggressore. Nonostante la prognosi iniziale di soli 20 giorni rilasciata dal Policlinico Gemelli, la vicenda ha preso una piega inaspettata quando la vittima, tre mesi dopo, si è sottoposta a un intervento per un danno a una palpebra, dando il via a un iter giudiziario severissimo.

L’applicazione dell’articolo 583-quinquies e l’assurdità della pena

Il cuore della controversia legale risiede nell’applicazione dell’articolo 583-quinquies del Codice Penale, ovvero la “deformazione dell’aspetto della persona mediante lesioni permanenti al viso”.

Una norma che, nata originariamente per contrastare gli atroci attacchi con l’acido contro le donne, è stata applicata al caso di Daniele nonostante la natura della sua reazione fosse legata a una difesa.

Sebbene la Cassazione avesse riconosciuto la reazione a un’aggressione annullando una prima sentenza, il nuovo appello ha ridotto la pena di un solo mese, portandola a sei anni e cinque mesi totali. Una severità apparsa stridente all’opinione pubblica, se confrontata con la dinamica di un alterco nato per proteggere terzi.

La vita dietro le sbarre e l’impegno sociale a Rebibbia

Durante il periodo trascorso nel braccio G8 di Rebibbia, Daniele non ha mai abbandonato la sua vocazione di educatore sportivo. Ha trasformato l’arrugginita palestra del carcere in un luogo di riscatto, allenando decine di detenuti e promuovendo lo sport come scuola di vita. Nonostante il percorso scolastico intrapreso, la partecipazione a corsi di teatro e l’ottima condotta, non ha ottenuto benefici significativi dai magistrati di sorveglianza.

Oggi, uscito per fine pena, attende l’esito di un ricorso basato sulla recente pronuncia della Corte Costituzionale, che permette riduzioni fino a un terzo per i casi di lieve entità legati proprio al reato di lesione del volto.

L’emergenza sanitaria e il grido d’aiuto dal Diario di Cella

La vicenda di Daniele si intreccia con una realtà carceraria sempre più al collasso, come denunciano in queste ore Gianni Alemanno e Fabio Falbo nel loro “Diario di Cella”.

Il sovraffollamento e la cronica carenza di agenti della Polizia Penitenziaria stanno negando di fatto il diritto alla salute: molte visite specialistiche esterne vengono annullate all’ultimo momento per “mancanza di scorte”: un deficit strutturale che colpisce anche i casi urgenti segnalati dalle ASL.

“Signor Ministro, egregie Autorità competenti, perché non chiedere l’aiuto dei medici militari per supplire alla mancanza di specialisti nelle carceri? Perché non chiedere alle altre Forze dell’Ordine di integrare la Polizia penitenziaria per garantire il servizio di scorte per portare le persone detenute nei presidi sanitari esterni? Non siete intervenuti per ridurre il sovraffollamento, non state garantendo i percorsi trattamentali per accedere alle pene alternative, almeno il diritto alla salute lo volete garantire alle persone detenute?” – 

la proposta avanzata nel Diario di Cella 43, da Gianni Alemanno e lo “Scrivano di Rebibbia” Fabio Falbo.