Stop al processo per la morte di Angelina Soares De Souza, la quarantaseienne italo-brasiliana precipitata la notte del 2024 da un palazzo di via Marino Fasan, a Ostia, dove viveva al quarto piano con il compagno moldavo, Dorin Nemtelea.
La Corte sospende il processo per disporre una perizia cinematica: ricostruirà la dinamica della caduta di Angelina, mentre emergono nuove ipotesi sul decesso
La Corte d’Assise di Roma, chiamata a decidere sull’imputazione di omicidio per Nemtelea, non procederà subito a sentenza dopo che la procura ha chiesto 15 anni per l’imputato ma ha disposto una perizia cinematica. L’accertamento sarà affidato a gennaio 2026 all’ingegnere forense Lucio Pinchera, che avrà il compito di ricostruire in dettaglio le modalità della caduta e determinare l’altezza da cui la vittima è precipitata.
La decisione di disporre la perizia è stata presa dopo che in aula sono emerse contraddizioni nelle telefonate fatte dal compagno della vittima ai soccorritori. In un primo intervento, Nemtelea aveva indicato una caduta dal secondo o terzo piano, ma successivamente ha parlato di una caduta dal terzo. Inoltre, nel suo racconto non ha mai precisato che la donna coinvolta fosse la sua compagna, limitandosi a parlare genericamente di una “donna”.
La nuova ricostruzione
A rendere ancora più complessa la vicenda è una nuova ricostruzione dei fatti, emersa dalle ultime udienze. Secondo l’accusa rivisitata, Angelina non sarebbe stata lanciata dalla finestra dopo una lite, come inizialmente ipotizzato, ma sarebbe stata calata giù dal quarto piano per cercare di raggiungere il terzo, forse per svegliare un pusher addormentato. Un cambio di scenario che complica ulteriormente il quadro accusatorio.
Il colpo di scena
Il colpo di scena nel processo è arrivato con le testimonianze di due collaboratori di giustizia, ex pusher legati al clan Spada e arrestati poco dopo il delitto. I due hanno fornito una versione dei fatti che ribalta l’ipotesi originaria: secondo loro, Nemtelea avrebbe tentato di svegliare l’uomo responsabile della gestione della piazza di spaccio, ma non riuscendo nel tentativo, avrebbe deciso di calare la compagna per risolvere la situazione.
Secondo gli atti d’indagine, Nemtelea e Angelina vivevano al quarto piano, mentre al piano inferiore, al terzo, si trovava un locale trasformato in punto di spaccio gestito dal clan Spada. La vicenda si complica ulteriormente quando si scopre che, prima dell’omicidio, Nemtelea aveva trascorso del tempo con Enrico Spada, un altro membro del clan, per controllare l’attività illegale. Durante un litigio con la compagna, Nemtelea si sarebbe accorto che nell’appartamento deposito non rispondeva nessuno.
La nuova versione suggerisce che Nemtelea, preoccupato per le possibili ritorsioni del clan, avrebbe cercato di svegliare Spada in ogni modo. Non riuscendo, avrebbe deciso di far calare Angelina dalla finestra per cercare di attirare l’attenzione dall’esterno. Tuttavia, la donna sarebbe scivolata, urtando una tenda del balcone sottostante, precipitando infine in strada.
La falsa testimonianza
Nel corso del processo, la pm Eleonora Fini ha sottolineato un clima di forte omertà attorno alla morte di Angelina. Una testimone presente nell’appartamento al momento della tragedia ha fornito una testimonianza ritenuta falsa, sostenendo di essere andata via prima della caduta. Per lei, è stato richiesto lo stralcio per falsa testimonianza. Nel frattempo, Nemtelea ha chiamato i soccorsi 20 minuti dopo l’incidente, sostenendo di trovarsi al terzo piano e di aver sentito “solo un rumore”.
Omicidio volontario con dolo eventuale
Il caso si è ora spostato verso l’incriminazione di omicidio volontario con dolo eventuale: secondo l’accusa, Nemtelea avrebbe previsto il rischio concreto di una caduta mortale e lo avrebbe accettato pur di raggiungere il pusher addormentato. Le indagini hanno rivelato che una telecamera di sorveglianza ha ripreso la caduta, ma non la finestra da cui la donna è stata calata.
La difesa
Nel corso delle udienze, la difesa di Nemtelea ha sostenuto che il suo assistito non fosse presente nell’appartamento al momento dei fatti e che, quindi, non avrebbe potuto spingere o calare la compagna dalla finestra. Il difensore, l’avvocato Andrea Palmiero, quindi, ha chiesto l’assoluzione, basandosi su queste tesi e sulla mancanza di prove concrete a suo carico.

















