La lunga ombra del caso Shalabayeva: condanna per l’ex capo della Mobile romana Renato Cortese

Condannati nell'appello bis cinque poliziotti romani, tra questi l'ex capo della Mobile Renato Cortese

Renato Cortese. Foto da ConfCommercio Palermo

L’ex Capo della Squadra Mobile romana Renato Cortese condannato insieme ad altri quattro poliziotti per il caso Shalabayeva. Un caso che parte da Roma, attraversa Perugia e arriva fino a Firenze, ma che alla fine riporta tutto nella Capitale: la responsabilità di cinque funzionari di polizia che, nel 2013, ricoprivano ruoli chiave nella questura romana.

Condannati nell’appello bis cinque poliziotti romani, tra questi l’ex capo della Mobile Renato Cortese

L’Appello bis a Firenze ha infatti condannato Renato Cortese, allora capo della Squadra Mobile, Maurizio Improta, dirigente dell’Ufficio Immigrazione, e con loro Francesco Stampacchia, Luca Armeni e Vincenzo Tramma per sequestro di persona nell’espulsione di Alma Shalabayeva e della figlia Alua.

Una decisione che pesa, e che pesa soprattutto su Roma, città dove quei funzionari hanno operato per anni e dove molte delle loro carriere sono state costruite tra indagini delicate, operazioni contro la criminalità organizzata e gestione dell’immigrazione.

Un verdetto che ribalta tutto

La condanna arriva dopo un percorso giudiziario tortuoso: iniziale condanna a Perugia, assoluzione piena nel 2022, annullamento della Cassazione, e infine il nuovo processo fiorentino.

La Corte d’Appello di Firenze ha sostanzialmente ripristinato il giudizio del primo grado per l’episodio che all’epoca coinvolse direttamente gli uffici della Questura capitolina. L’unica modifica riguarda l’interdizione dai pubblici uffici, ridotta da perpetua a cinque anni.

Per la giustizia, quell’operazione eseguita a Roma nel maggio 2013 – dal fermo alla gestione dei documenti, fino al trasferimento verso Ciampino – violò diritti fondamentali e impedì alla donna e alla figlia di richiedere protezione. Una pagina amara che torna oggi a colpire figure molto conosciute negli ambienti della sicurezza della capitale.

Il caso

L’espulsione forzata dall’Italia di Alma Shalabayeva, moglie del dissidente kazako, Mukhtar Ablyazov, e della loro figlia di 6 anni, Alua, fu al centro delle cronache di 15 anni fa. La donna venne prelevata dalla sua abitazione a Roma, accusata di possesso di passaporto falso, e rimpatriata insieme alla figlia senza che fosse riconosciuto il diritto di asilo, nonostante avesse richiesto protezione politica per il rischio di persecuzione in Kazakistan.

La vicenda è stata definita un “rapimento di Stato” dai giudici italiani, che avevano in un primo momento condannato i funzionari di polizia per sequestro di persona, evidenziando una collaborazione con le autorità kazake per favorire la cattura del marito dissidente. Alma e la figlia sono poi riuscite a tornare in Italia, dove a lei è stato riconosciuto l’asilo politico nel 2014.

Le reazioni degli avvocati: “Una sentenza sorprendente”

È una sentenza particolarmente sorprendente se si considera che anche la Procura Generale aveva chiesto l’assoluzione per Renato Cortese e gli altri imputati. Non ci arrendiamo. Faremo ricorso per Cassazione”, hanno detto all’Adnkronos il professore Franco Coppi e l’avvocato Ester Molinaro, difensori di Renato Cortese.

Leggeremo le motivazioni e senz’altro impugneremo la sentenza in Cassazione perché siamo intimamente convinti della piena innocenza degli imputati”, ha aggiunto l’avvocato Bruno Andò, difensore di Maurizio Improta.

Le parole del ministro Piantedosi: “Sono servitori dello Stato”

Il ministro dell’Interno, che conosce da vicino l’attività delle questure, ha espresso “vicinanza personale” ai cinque funzionari romani, ricordando le difficoltà operative di chi gestisce scenari complessi come quelli dell’immigrazione irregolare nella Capitale.

“Chi lavora per la sicurezza dei cittadini svolge compiti difficili senza garanzie di non rischiare personalmente”, ha dichiarato.

Roma al centro: quando un caso giudiziario diventa un caso istituzionale

La sentenza di Firenze mette in discussione non solo le scelte operative di quei giorni, ma anche il modo in cui la Questura di Roma – allora come oggi una delle più complesse d’Italia – gestiva dossier ad alta sensibilità diplomatica.

Il sindacato Coisp: “Una ferita per la Polizia di Roma”

Dura la reazione del sindacato di polizia Coisp, che parla di “sentenza che colpisce servitori dello Stato”. Il segretario Pianese sottolinea come i colleghi abbiano operato in un contesto estremamente complicato, dove “le decisioni arrivavano dall’alto” e i funzionari della Capitale si sarebbero limitati a mettere in pratica procedure in tempi rapidissimi.

Un messaggio che arriva direttamente al cuore della comunità professionale di Roma, dove quei dirigenti sono ancora percepiti come figure di riferimento.

Il verdetto di Firenze non chiude, comunque, la storia: la parola passa ora alla Cassazione.